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Primarie per definire le liste. Una proposta per modificare la legge elttorale del Polo.

Intervista a Roberto Zaccaria di Massimiliano Mingoia per Il Giorno «Margherita penalizzata nelle liste lombarde per le Politiche? Guardi, non mi va proprio di dare giudizi in merito. L'unica valutazione che voglio fare, in questo momento, è che questa legge elettorale proporzionale è pessima. Da spazzare via al più presto». Roberto Zaccaria non vuole entrare nella polemica tra Ds e Dl. Certo, il parlamentare della Margherita ed ex presidente della Rai non può dirsi pienamente soddisfatto. Il 24 ottobre 2004 strappò alla Casa delle Libertà il collegio Milano 3, che era stato del leader leghista Umberto Bossi. Nelle liste per le prossime politiche, nel collegio milanese Lombardia 1, il suo nome però non è tra i primi, cioè tra i sicurissimi di elezione alla Camera. Onorevole Zaccaria, arrabbiato per gli ultimi sviluppi? «Mi sembra odioso dire che sono dispiaciuto, quando ci sono dei colleghi parlamentari bravissimi che non saranno ricandidati. Penso a Nando Dalla Chiesa (senatore e presidente milanese della Margherita, ndr): mi sembra incredibile che non venga ripresentato. Per quanto mi riguarda posso perfino ringraziare chi mi ha voluto inserire nella lista in una posizione relativamente sicura. Alcuni criteri adottati durante le trattative non li ho capiti. Ma non ero al tavolo e dunque non mi va di dare giudicare». Giudica invece la nuova legge elettorale… «Certamente. Ha assegnato un potere assoluto ai partiti e lo ha tolto agli elettori. Ormai siamo passati a un sistema dove non conta l'elezione, ma la cooptazione. Questo è un proporzionale degenerativo». Cioè? «Mi spaventa un sistema in cui è un ristrettissimo numero di persone a decidere chi andrà in Parlamento. In totale non più di 15 persone per scegliere mille tra onorevoli e senatori. Siamo ormai fuori da un sistema parlamentare vero e proprio». Rimedi per attenuare questa degenerazione? «Io credo che questa legge vada cambiata radicalmente. Ma se vogliamo rimanere all'interno di questo sistema andrebbero almeno introdotte le Primarie per la scelta dei candidati e dell'ordine in cui devono essere inseriti nelle liste». Dalle Politiche alle Comunali. Come vede lo scontro tra i candidati sindaci Bruno Ferrante e Letizia Moratti? «Sono stato tra i primi a proporre all'Unione il nome di Ferrante. Un uomo la cui fisionomia politica appare simile a quella di Prodi: sobrietà e autorevolezza. Può vincere». E della Moratti che cosa pensa? «Sono perplesso per il fatto che c'è un enorme squilibrio di risorse economiche tra la sua campagna elettorale e quella di Ferrante. Non solo. La sua candidatura non rispetta il principio delle pari opportunità: la Moratti è ancora ministro, Ferrante, più seriamente, ha rinunciato del tutto alla carriera da prefetto». La Moratti, intanto, tenta di smarcarsi dai partiti della Casa delle Libertà… «È una posizione di comodo. Oggi era in prima fila a seguire il comizio di Berlusconi al MazdaPalace. Lei è un'espressione organica del centrodestra». !

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Chiamiamo a raccolta il popolo delle primarie.

Stiamo toccando con mano, giorno dopo giorno, i risultati della disastrosa legge elettorale voluta dal centrodestra. Dibattiti interminabili sulle candidature, una campagna elettorale spezzettata e accesa intorno a questioni spesso secondarie, sondaggi leciti ed illeciti distribuiti a piene mani, un Parlamento sciolto che continua a riunirsi per varare sotto forma di decreto legge provvedimenti spesso di chiara impronta elettoralistica. Siamo ancora lontani da quella campagna elettorale alta sui programmi che aveva ripetutamente sollecitato il Presidente della Repubblica. Anche all'interno della Unione, ancora una volta a causa della pessima legge proporzionale, sembrano acuirsi rivalità e protagonismi personali, che offuscano quello che è stato uno dei passaggi fondamentali della nostra recente esperienza politica: lo spirito delle primarie, la straordinaria unità di una coalizione chiamata a raccolta in una bellissima domenica di ottobre per scegliere democraticamente il proprio leader.. Quello stesso popolo ha risposto a Milano in pieno inverno per scegliere il candidato sindaco Bruno Ferrante. Un popolo di oltre 4 milioni e trecentomila persone rappresenta il capitale più alto di tutto il centrosinistra. Non vorremmo assolutamente che questo enorme potenziale della coalizione rimanesse inutilizzato. Facciamo dunque per alcune settimane la campagna elettorale, come la legge impone, con i simboli e con i programmi dei vari partiti, ma non dimentichiamoci che esiste anche l'Unione e che esiste la forte prospettiva di un Governo di coalizione il cui programma è stato solennemente presentato sabato scorso all'Eliseo. Per non dimenticare tutto questo vorrei lanciare ora una proposta che potrebbe risultare utile all'intera coalizione. Perché non convocare di nuovo, la domenica prima delle elezioni, contemporaneamente in tutto il paese, il popolo delle primarie per celebrare con un segno unitario e corale una giornata comune di campagna elettorale Si potrebbero organizzare eventi di ogni tipo, lasciati anche all'improvvisazione delle persone comuni che volessero segnare concretamente il loro impegno, i partiti potrebbero promuovere eventi tematici o banchi di propaganda: al centro dovrebbe essere il programma comune ed anche le sue più sintetiche declinazioni. Al posto delle notti bianche tante iniziative diverse, tutte però con i soli colori dell'Unione. Si potrebbero anche distribuire ad un euro milioni di copie della Costituzione vigente. Può darsi che un'idea come questa abbia tante controindicazioni, ma una cosa è certa: solo il centrosinistra sarebbe in grado di realizzarla, se volesse. !

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Spot sulle grandi opere: un ricorso all'AGCOM per tutelare i cittadini.

Gli on. Zaccaria, Realacci, Giulietti e Iannuzzi, hanno presentato all'Autorità garante per le Comunicazioni una segnalazione in merito allo spot del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti sulla realizzazione delle grandi opere, che nelle ultime settimane sta letteralmente occupando le reti pubbliche e private. C'è una sorta di parallelismo tra le torrenziali presenze del Premier in programmi più o meno compiacenti e questi messaggi, apparentemente neutrali, che, con il pretesto della comunicazione istituzionale e con tanto di numero verde e sito internet, svolgono invece una sorta di raffinata pubblicità ingannevole, cercando di far credere sia vero e realizzato quello che invece ancora non c'è. Un esempio per tutti: la Salerno Reggio Calabria che nel DPEF del 2002 era considerata prossima alla realizzazione, oggi è tornata in alto mare, al punto che è difficile intravederne la realizzazione prima del 2010. Le indagini del Sole 24 ore e dello stesso Ufficio Studi della Camera dei deputati hanno dimostrato che le cose sono ben diverse da come sono state reclamizzate. La legge non consente un uso di questo tipo della pubblicità istituzionale. Sono stati trasmessi migliaia di spot su tutte le reti televisive pubbliche e private finanziati con i soldi pubblici. Le campagne elettorali di questo tipo devono essere fatte sui manifesti e con i soldi dei partiti. Già nel 1994 il Presidente Berlusconi ci aveva provato con gli spot che recavano la famosa scritta: “Fatto”. Furono tolti di mezzo. Ci auguriamo che anche in questa turbolenta pre-campagna elettorale siano osservate regole di correttezza. Ne hanno diritto, soprattutto, i cittadini.!

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Milano primarie:oltre 80.000 al voto. Grande successo

Grande, grandissimo successo delle primarie di Milano. Oltre 80.000 persone al voto allle 21.30. Ferrante 67,7%, Fo 23,1%, Milly Moratti 5,8, Corritore 3,3. Dopo le grandi nevicate dei giorni scorsi, nessuno avrebbe scommesso su questo risultato. Invece si è rivista la gente e il clima dell'ottobre scorso. Il segnale è preciso: la volgia di partecipare è enorme. Dovremo tenerne conto. Questa è una risorsa enorme per le prossime campagne elettorali: politiche e cittadine. Il centrodestra, che pure tende a sminuire, sa di non poter lontanamente mobilitare cifre di questo genere. Forse potranno mobilitare altre cifre in campagna elettorale, ma tra i due fattori il divario è enorme. In conclusione: un grazie grandissimo ai milanesi dell'Unione che hanno dimostrato di esserci. Un riconoscimento forte a Bruno Ferrante per la prima parte bellissima della campagna elettorale. Un ringraziamento anche molto, molto sentito per gli altri interpreti delle primarie. Un particolare riconoscimento a Milly Moratti, alla nostra Moratti che correndo quasi da sola ha ottenuto una importante affermazione ed ha certamente portato un valore aggiunto alla coalizione. Credo che Ferrante dovrà tener conto della sua straordinaria competenza in materia ambientale.!

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Berlusconi-Rutelli, quasi tre ore di confronto: all'americana, ma non troppo

Finalmente Berlusconi ha accettato il confronto. Lo ha fatto al momento in cui si è reso conto di essere in svantaggio in tutti i sondaggi (compresi i suoi) e ieri sera si è visto che quando si deve confrontare con qualcun altro la musica per lui è del tutto diversa. Non siamo in grado di dire chi abbia vinto o perso. Una cosa è sicura: di fronte allo stile sobrio ed austero di Rutelli, il Presidente del Consiglio ha saggiato il limite dei suoi monologhi ripetitivi. Anche se si è avuta l'impressione che abbia utilizzato più tempo del suo avversario, non è quasi mai riuscito a concludere i propri argomenti. Forse ha capito che la democrazia televisiva è per lui una corsa ancora in salita. Forse per questo cerca di prolungare la durata delle Camere: per poter rapinare in solitudine altri spazi televisivi. Lo scontro che Berlusconi ha evitato nel 2001 è arrivato ora a 80 giorni dal voto. Per quasi tre ore i due hanno tentato l'impresa di un confronto all'americana. A Matrix, Canale 5, tv del presidente del Consiglio, moderatore Enrico Mentana. Nel pubblico in studio: 50 persone scelte dal premier e 50 dal presidente della Margherita. Tempi contingentati ma non troppo,come abbiamo detto I due contendenti hanno toccato i principali argomenti sul tappeto. Rutelli ha attaccato soprattutto sull'economia – disastrosa – che gli Italiani controllano ogni giorno nelle loro tasche. Berlusconi ha cercato di drammatizzare la situazione in caso di vittoria del centrosinistra. Cerca sempre di rievocare lo stato d'animo del 1948. I temi principali sono stati toccati tutti : dalle tv a Unipol, dagli interessi economici di Berlusconi (3 miliardi di euro il reddito iniziale delle sue imprese: 10 miliardi quello finale) al conflitto di interessi. Dai condoni alle leggi ad personam ed infine al bilancio del “contratto con gli italiani”. L'ascolto: è stato alto nonostante l'ora tarda. Chissà se dopo questa esperienza Berlusconi vorrà riprovarci !

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Voto all'estero: ai militari, ai diplomatici ed anche ai professore e ricercatori

Nel corso del dibattito che ha portato all'approvazione in prima lettura della legge che permetterà agli italiani temporaneamente all'estero di partecipare alle elezioni politiche ed al referendum costituzionale è stato approvato, con il parere contrario del Governo, un emendamento dell'opposizione che consentirà di votare anche ai professori universitari ed ai ricercatori che si trovino all'estero per un periodo minimo di sei mesi Si tratta di un provvedimento sicuramente imperfetto e lacunoso, ma necessario, data l'ormai imminenza della fine della legislatura. Il testo proposto dalla Commissione limitava le categorie dei soggetti interessati ai militari in missione all'estero ed ai dipendenti della pubblica amministrazione ed i loro familiari conviventi. La maggioranza e lo stesso Governo paventavano una sorta di ingestibilità dell'allargamento a categorie ulteriori, una impossibilità pratica del censimento e della garanzia del corretto esercizio del diritto di voto, pur riconoscendo l'importanza e la rilevanza delle argomentazioni proposte dall'opposizione. Tale posizione del Governo è apparsa del tutto inaccettabile. Non è possibile, infatti, pregiudicare l'effettività di un diritto costituzionale di tale rilevanza per una presunta difficoltà pratica e, da questo punto di vista, l'iniziativa dell'emendamento dell'opposizione ha fornito un contributo determinante. !

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La legge elettorale per noi resta incostituzionale

Unità 24 dicembre 2005 Onorevole Zaccaria, Ciampi ha firmato la legge elettorale: ad aprile si vota con ilnuovo sistema? "Intanto il rischio che la riforma faccia compiere un passo indietro al sistema stabilito con il maggioritario verso un bipolarismo con tendenza a rafforzare lo spirito di coalizione. Tendenza confermata nelle elezioni da '94 al 2001 e messain crisi dalla coalizione meno omogenea al suo interno" E' sicuro che questo primato spetti alla CdL? " Il motivo alla base della legge è che gli elettori di un partito di centrodestra non avrebbero votato il candidato di un partito alleato.Vedi gli Udc invisi alla Lega.Nel centrosinistra sui collegi uninominali non c'era questo problema. La riforma è un vestito cucito su misura" E soddisferà le esigenze dei sarti? "Di certo si è voluto sterilizzare la vittoria e circoscrivere il distacco:C'è stato il tentativo di influire sui processi politici, cosa che le leggi elettorali non dovrebbero fare" La questione della Val D'Aosta non meritava, secondo lei, almeno un rinvio tecnico? "Ho definito quella un'incostituzionalità circoscritta ma palese. Il puntoriguarda l'idea che il Quirinale si è venuto configurando delsuo potere di rinvio. Con la formula della "palese incostituzionalità", elaborazione della Presidenza Ciampi, se l'incostituzionalità non è rilevante quantitativamente e qualitativamente ilCapo dello Stato lascia il compito di valutare alla Consulta. Io non concordoche sia la soluzione corretta, ma è l'autolimitazione che Ciampi si è imposto" Con che tempi potrà agire la Corte? " E' chiaro che non si può adire un problema potenziale. Almeno un'elezione sisvolgerà con una legge magari incostituzionale su punti specifici. La Val d'Aosta non è un fatto teorico datoche la maggioranza si gioca sucifre risicate" E' fondato il timore di ingovernabilità? " Il profilo di maggiore incostituzionalità risiede nei premi diffrenziati. Alla Camera è nazionale. Al Senato inuna Regione può vincere una coalizione,in un'altra quella avversaria. Un metodo schizofrenico con esisti contraddittori. Poi si coniugano premi di maggioranza e soglie di sbarramento in un sistema barocco e bizzarro" !

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La doppia priorità della Costituzione e dell'informazione

Questa è la stagione dei programmi e soprattutto delle priorità all'interno dei programmi. Le due lesioni più gravi che in questi anni il Governo e la maggioranza hanno arrecato al paese sono state quelle che hanno colpito la Carta costituzionale e la libertà dell'informazione: le violazioni palesi e le non meno gravi violazioni inferte alla Costituzione materiale. Il programma, quindi, dovrebbe essere accompagnato da una premessa molto chiara che tenda a ripristinare innanzitutto la legalità costituzionale e le garanzie dell'informazione. Il primo impegno troverà un'occasione istituzionale per concretizzarsi nel referendum previsto dall'art.138 Cost. Il secondo impegno ha un contenuto pregiudiziale rispetto alle altre questioni programmatiche perché lo stravolgimento dei principi in materia di informazione ha assunto proporzioni enormi ed ha eluso clamorosamente il contenuto dell'unico messaggio che Ciampi ha inviato alle Camere nell'intero suo settennato. Farne una questione pregiudiziale è anche una manifestazione di rispetto verso un fermo impegno del Presidente. Ma è giusto non limitarsi ad una pura petizione di principio ed accompagnarla con alcune priorità di politica legislativa: i punti di una ideale Carta che l'associazione “Articolo 21” proporrà all'intero mondo della comunicazione. La prima priorità è la risoluzione netta del conflitto di interessi.. La pregiudiziale tra le pregiudiziali. Essa lega il tema dell'informazione alla più vasta questione dell'etica della politica. L'obiettivo essenziale è quello di impedire in modo assoluto l'incrocio tra cariche di governo e titolarità a qualsiasi titolo di mezzi di informazione ed in particolare dei mezzi radiotelevisivi in posizione dominante. Si dovranno disporre incompatibilità in via generale e ineleggibilità nei casi più gravi. La questione non è limitata al settore privato ma si estende anche al servizio pubblico. I criteri di nomina dovranno essere tali da impedire in modo assoluto che i vertici della Rai possano discendere in modo diretto o indiretto dal Governo della Repubblica. La seconda priorità: tutela del pluralismo ed appropriate regole antitrust. La tutela del pluralismo impone alle imprese limiti antitrust ex ante e non solo ex post (abuso). Deve essere ripristinato, in luogo dell'evanescente limite del SIC, il limite anticoncentrazione del 30 per cento del mercato radiotelevisivo. Il tetto economico è il più efficace anche nella prospettiva digitale. Dal punto di vista tecnico dovrà essere ribadito un appropriato limite al numero delle reti/frequenze e insieme il principio che le frequenze costituiscono un bene pubblico: quindi le frequenze rese disponibili, sulla base del piano, andranno rimesse sul mercato. Potranno essere indicati criteri antitrust asimmetrici per l'ingresso in mercati contigui (es. telefonia e tv, tv ed editoria). Il limite del 2010 per l'acquisizione di quotidiani dovrebbe essere prorogato. In materia di pubblicità radiotelevisiva si devono dettare regole più stringenti e precise a tutela della stampa e degli utenti con diversi affollamenti sulle diverse piattaforme. Le telepromozioni devono tornare ad essere considerate a pieno titolo pubblicità. Le competenze dell'AGCOM devono assolutamente essere rafforzate non solo in materia di concorrenza e di pluralismo, ma anche nel controllo della pubblicità, degli ascolti, delle presenze politiche e del rispetto degli obblighi di produzione europei. La terza priorità: separazione tra titolari di reti e produttori dei contenuti. Centralità dei contenuti. Le regole europee impongono non solo la separazione societaria, ma anche quella proprietaria tra titolari di reti e produttori di contenuti. Questo principio deve trovare attuazione nella realtà delle telecomunicazioni e in quella della televisione. Questa è la premessa di una disciplina che consideri strategica la priorità dei contenuti e la tutela dei produttori indipendenti. Il primo obiettivo deve essere quello di potenziare le misure di sostegno allo sviluppo delle diverse filiere digitali (in alternativa al semplice e demagogico finanziamento dei decoder dtt). Il secondo obiettivo è quello di spostare il baricentro del sistema di finanziamento sia pubblico che privato dalla costruzione delle reti alla produzione di contenuti. La quarta priorità: governo “accessibile” delle tecnologie. La linea politica generale deve essere quella del potenziamento e dello sviluppo della tecnologia digitale. Gli incentivi proposti devono essere neutrali rispetto alla tecnologia e al tipo di rete. Dovrà essere incentivata, in modo particolare la neutralità tecnologica (“interoperabilità”) dei decoder. E' impensabile, soprattutto in presenza di un soggetto dominante, che il decoder non consenta l'accesso ai canali “free” Non si intende assolutamente eliminare, con queste misure, il sostegno alla introduzione delle varie tecnologie diffusive. Ci deve essere, però, equivalenza tra le diverse le forme di diffusione digitale e la materia deve essere oggetto di una politica di sviluppo industriale da parte del Governo. Si deve prevedere comunque l'obbligo per i canali integrati verticalmente con operatori di piattaforma di negoziare il trasporto con tutte le piattaforme alternative a condizioni eque e non discriminatorie. Va previsto l'obbligo per i gestori di rete e di piattaforma di veicolare a condizioni eque l'offerta degli editori. Si deve assicurare l'acquisto separato dei diritti per piattaforma e prevedere il divieto per un operatore di acquistare i diritti anche per piattaforme su cui non opera. Deve essere infine stabilita una limitazione temporale all'acquisto dei diritti da parte delle emittenti. La quinta priorità: un servizio pubblico indipendente aperto e plurale. La prima scelta consiste nell'attuazione del disegno di separazione societaria, delineata della delibera dell'Antitrust, attraverso la costituzione di due distinte società: una o più società finanziate dal canone ed una società finanziata dalla pubblicità. Questo modello è compatibile con una fondazione o con una holding (capogruppo) a capitale prevalentemente pubblico e società operative a capitale variamente misto ad eccezione di quelle finanziate interamente o prevalentemente dal canone. La società pubblica con compiti informativi, culturali, industriali, di internazionalizzazione attiva potrà detenere nei limiti dell'antitrust, reti televisive generaliste, reti radiofoniche e potrà continuare a svilupparsi nel settore del digitale terrestre, satellitare e dei new media. Potrà realizzare il decentramento regionale anche attraverso forme miste di collaborazione sul territorio. La società finanziata dalla pubblicità potrà aprirsi alla partecipazione privata. Il modello di governo della legge Gasparri deve essere superato. Il criterio di scelta può essere simile a quello delle Autorità indipendenti con un numero ridotto di componenti ed un livello di requisiti tecnici che impediscano la meccanica derivazione parlamentare. Se poi

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Il decreto legge “collegato” alla finanziaria: aggiramento della Costituzione.

Intervento dell'on. Roberto Zaccaria sulla pregiudiziale di costituzionalità. (Seduta del 22 novembre 2005) Signor Presidente, desidero intervenire su alcuni profili di carattere procedurale e sostanziale che pone il decreto-legge in esame in contrasto con una serie di importanti principi della nostra Costituzione. Infatti, oltre ad alcuni profili testè sottolineati dall'onorevole Amici, e che abbiamo già più volte richiamato, oggi occorre svolgere ulteriori riflessioni sulla recente evoluzione delle procedure di discussione e di approvazione del bilancio dello Stato e del ruolo che il Parlamento assume in questo contesto. È chiaro che è in discussione soprattutto il rispetto dell'articolo 81 della Costituzione e dei principi ad esso collegati. Nella seduta odierna, infatti, ci troviamo di fronte non solo ad un provvedimento omnibus, come troppi se ne sono visti, in questa legislatura, ma ad un decreto-legge che altera i corretti rapporti che debbono instaurarsi nell'utilizzo dei diversi strumenti della politica di bilancio. In ordine al primo punto, vorrei ricordare che l'intervento del Comitato per la legislazione è stato, in tal senso, durissimo. Nel parere espresso, infatti, il Comitato mette in guardia circa un corpo normativo privo dei minimi requisiti di coerenza ed omogeneità, descrivendo un provvedimento palesemente in contrasto con un ordinato e coerente impiego delle fonti normative e segnalando, altresì, come sia impossibile rinvenire una ratio unificante nel complesso dell'articolato. Si tratta, dunque, di una bocciatura su tutta la linea, ma ciò non turba più di tanto, poiché siamo in qualche modo abituati a queste censure del Comitato per la legislazione. Ma sul secondo profilo è necessario approfondire l'iter che questo provvedimento ha avuto, prima al Senato ed ora alla Camera, ed il rapporto strettissimo che intercorre tra questo disegno di legge e la legge finanziaria. Vi è stato – credo non sarà sfuggito agli «addetti ai lavori», ma non dovrebbe sfuggire neppure all'Assemblea – uno strano «balletto» nella qualificazione di collegato alla finanziaria. Partiamo dalla premessa: alla pagina 9 della relazione allegata al disegno di legge finanziaria per l'anno 2006, si precisa che il disegno di legge di conversione oggi in discussione è considerato un collegato alla finanziaria. Non è una qualificazione insignificante: da tale qualificazione discendono una serie di importanti conseguenze procedurali. In particolare, tali conseguenze si riflettono sul vaglio dell'ammissibilità delle proposte emendative. Cito l'articolo 123-bis del nostro regolamento, secondo cui gli emendamenti presentati in Commissione non solo non devono essere estranei all'oggetto del contenuto proprio del provvedimento, ma devono anche non contrastare con i criteri di introduzione di nuovi o maggiori spese o minori entrate. Quindi, vi è una regola particolare che inerisce a questi provvedimenti. Tuttavia, se si osserva la prassi, rispetto al quadro normativo descritto si riscontra una divergenza molto evidente circa la disciplina contenuta nelle fonti normative, in particolare, nella legge n. 468 del 1978 e nelle sue successive modificazioni. Ritengo sia importante ricordare come al Senato, nonostante la premessa che ho ricordato, il decreto-legge in esame sia stato assegnato alla VI Commissione (Finanze) ed il presidente di tale Commissione abbia dichiarato che non si trattava di un collegato alla manovra finanziaria, non sottoponendolo, quindi, alla disciplina del regolamento. Quindi, si è proceduto secondo lo schema ordinario previsto per la conversione dei decreti-legge, e si ricorda la prassi estremamente permissiva che il Senato ha rispetto alla Camera. Contrariamente, poi, alla Camera, in una sorta di «gioco delle parti» – non si sa fino a quale punto casuale o concertato – il medesimo decreto-legge è stato considerato un provvedimento collegato alla legge finanziaria; lo hanno affermato il sottosegretario, onorevole Armosino, ed il presidente della V Commissione, onorevole Giancarlo Giorgetti, il 16 novembre scorso. Non è il caso di richiamare tutti i dubbi della dottrina sulla utilizzazione dei collegati alla finanziaria. Non è nemmeno il caso di richiamare la circostanza che tali collegati nel corso della sessione di bilancio avrebbero dovuto essere eliminati (legge n. 208 del 1999). Tuttavia, mi devo domandare, signor Presidente, se in questo strano «gioco delle parti», il Governo non abbia assunto un ruolo ed una regia particolare, consentendo una qualificazione del provvedimento al Senato ed una diversa, oggi, alla Camera. Signor Presidente – mi rivolgo a lei, quale Presidente dell'Assemblea – in questo «gioco delle parti» del Governo quale ruolo giocano le Presidenze delle Assemblee? Le medesime consentono che il Governo possa, con tali escamotage, sottrarre al Parlamento una decisione legittima su questi strumenti? Concludo, considerato che ho terminato il tempo a mia disposizione, citando ciò che è stato affermato al Senato, in maniera molto autorevole: le regole di bilancio possono risultare, a volte, di difficile comprensione, e – a giudicare dall'atteggiamento dell'Assemblea in questo momento, anche di scarso interesse -, ma hanno sempre un carattere costitutivo degli equilibri democratici del paese.!

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Una società Rai-Milano-Italia: una maglia della rete

Note per il Convegno del 14 novembre 2005 sulla RAI di Milano. 1. Vorrei fare due premesse a questa mia nota. Prima premessa. Sono note a tutti le carenze istituzionali, strutturali e organizzative della sede Rai di Milano; è altrettanto noto il potenziale ideativo che si sviluppa nel e attorno al capoluogo lombardo; sono noti i tentativi fatti attraverso gli anni di dare una risposta più o meno strategica a questa situazione: dal periodo aureo della Sede di Milano, alla partenza della Terza Rete, all'istituzione del telegiornale delle ore 12 ed infine al trasferimento a Milano della Direzione di RAI DUE. Nessuno di questi interventi ha sortito un effetto concreto: si può dunque dire senza difficoltà che oggi più che mai esiste una “questione milano” o potremmo anche dire un'”emergenza Milano” nella geografia dei problemi della RAI. Credo che le idee che verranno fuori da questo incontro insieme alle altre che emergeranno da incontri già programmati dalle forze politiche e sociali di Milano nel quadro dell'Unione andranno certamente ad arricchire anche il quaderno di proposte che il candidato sindaco, dott. Bruno Ferrante, scriverà durante la sua campagna elettorale. 2. La seconda premessa è costituita dal disegno nazionale che si intende proporre. Qualunque ipotesi di riorganizzazione della presenza a Milano della RAI non potrà prescindere da un quadro nazionale. L'Unione dovrà indicare anche normativamente questa cornice. Prima dell'estate, nel corso di un convegno nazionale ideato da Paolo Gentiloni, la Margherita, ha offerto un suo contributo che oggi può leggersi in un volume che porta il titolo del convegno “Vizi privati o pubbliche virtù?. Le linee essenziali di quel progetto abbandonano nettamente l'idea di privatizzazione impostata dal centrodestra e ormai vistosamente abbandonata e la RAI nel suo complesso dovrà configurarsi sempre di più come una holding comprendente al suo interno diverse società corrispondenti alle diverse vocazioni del servizio pubblico. Nel settore editoriale dovrà innanzitutto separarsi la parte finanziata dal canone da quella finanziata dalla pubblicità. La prima società dovrà comprendere due reti (in ipotesi la prima e la terza). La seconda società potrà muoversi sul mercato con le stesse regole dei privati controllerà la rete restante della RAI e potrà prevedere l'ingresso di privati nella proprietà secondo una cadenza temporale che farebbe scendere l'azionista pubblico al di sotto del 50 per cento entro due o tre anni. Accanto alle società editoriali opereranno altre società a capitale totalmente pubblico o a capitale misto. Le già esistenti Sipra, RaiTrade, Rai Way, Rai Cinema, Rai Sat e domani altre ancora. Ricordo che secondo la legislazione vigente la RAI potrà cedere rami di azienda a partire dalla fine di quest'anno. La RAI che si è vista sopravanzare da Mediaset sul terreno del digitale terrestre dovrà essere stimolata a riprendere un ruolo centrale e contribuire ad esaltare questa prospettiva che è stata brutalmente interrotta quando l'improvvido blocco del Ministro Gasparri, ha impedito uno dei più vantaggiosi accordi di carattere strategico (Rai Way) in questo campo. Per potenziare la strategia di sviluppo del digitale terrestre si deve andare oltre alle concessioni benefiche sui decoder (in gran parti prodotti da aziende vicine al Presidente del Consiglio) e puntare diritti sulla liberalizzazione del mercato e sul potenziamento del ruolo dei produttori indipendenti. 3. Una proposta per Milano. In questo quadro societario più articolato della RAI e in questa prospettiva rafforzata del digitale terrestre che consentirà di disporre di nuove risorse di trasmissione è possibile rivisitare una mia antica proposta che prevedeva la costituzione in alcune realtà del paese di società miste a capitale pubblico privato finalizzate alla produzione radiotelevisiva. Quella proposta oggi dovrebbe essere ampiamente rivisitata nel nuovo quadro dell'integrazione digitale che offre opportunità nuove ed estremamente interessanti non solo sul piano del prodotto ma anche su quello delle possibili alleanze. L'obiettivo resta inalterato ed è quello di offrire ad una realtà come quella lombarda di potersi esprimere più adeguatamente nel panorama nazionale ed anche internazionale della comunicazione. Una società di questo tipo si potrebbe definire, riprendendo il titolo di una fortunata trasmissione di Gad Lerner, RAI Milano- Italia e forse oggi anche Europa. 4. Le condizioni di fattibilità non sono semplici ed alcune dovranno essere approfondite con una verifica non solo interna ma soprattutto esterna alla RAI Prima: un patto con ROMA. Questa verifica è tutta politica e deve essere condotta con interlocutori adeguati. Oggi ne abbiamo uno. La realtà e lo sviluppo della televisione pubblica nel nostro paese deve e dovrà essere connotato in chiave esclusivamente romana? Seconda: un patto con la RAI. Visto che la RAI possiede sempre meno risorse da dedicare a quella che una volta veniva definita la regionalizzazione dovremo assistere ad un progressivo ed ineluttabile depauperamento delle realtà decentrate ed in particolare dei centri di produzione o si potrà invertre questo processo? Lo si potrà invertire se la RAI consentirà di mettere sul tavolo di una trattativa con soggetti esterni una parte delle sue risorse patrimoniali e professionali per costituire una società nella quale mantenere una presenza azionaria e con la quale stabilire accordi privilegiati per l'uso di una rete digitale e del magazzino programmi. I progetti immobiliari già avviati e con un rilevante impegno di natura economica da parte della RAI di Roma potrebbero essere opportunamente tarati su questa prospettiva. Terza: un patto con realtà esterne affini. Si dovranno verificare i possibili alleati di una tale iniziativa a partire da quelli che operano in settori affini della produzione radiotelevisiva (anche altre emittenti radiotelevisive regionali o interregionali) e dei produttori indipendenti. Gli stessi soggetti operanti nel settore ricchissimo a Milano delle testate editoriali potrebbero mostrare un significativointeresse. Quarta: un patto con realtà istituzionali vicine (fino al Piemonte e alla Liguria). Un'iniziativa di questo genere non può non chiamare al tavolo della verifica i soggetti istituzionali operanti negli ambiti territoriali di riferimento: in primo luogo, Comune, Provincia e Regione. Una tale ipotesi potrebbe agevolmente e metodologicamente essere verificata anche con soggetti delle Regioni contigue e non distanti territorialmente. Non si deve dimenticare che un asse Milano-Torino-Genova potrebbe essere di assoluto interesse strategico ed industriale.

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