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C’erano una volta le funzioni di garanzia

2611396La decisione del Presidente del Senato, Pietro Grasso, di incaricare l’avvocatura dello Stato di costituire il Senato della Repubblica quale parte civile nel processo sulla c.d. “compravendita di senatori” del prossimo 11 febbraio presso il Tribunale di Napoli è ineccepibile. Il Presidente ha esercitato una sua prerogativa in base all’art.8 del Regolamento del Senato che gli attribuisce la rappresentanza dell’organo con l’amplissimo significato che questa funzione comporta. Nessun vincolo derivava dall’orientamento espresso dai componenti del Consiglio di Presidenza che erano stati avvertiti preliminarmente sul fatto che la decisione sarebbe stata presa autonomamente dal Presidente nell’ambito della sua responsabilità. Il fatto che i componenti del Consiglio non siano stati neppure chiamati a votare la dice lunga sul significato di quella consultazione. La tempesta di dichiarazioni fuori e dentro l’Aula da parte degli esponenti di quei gruppi che avevano espresso un contrario orientamento non ha aiutato a leggere correttamente i fatti. Come spesso succede in questi ultimi tempi alcuni schieramenti politici assumono i toni delle tifoserie calcistiche e naturalmente rischiano di compromettere non solo la linearità dei loro atteggiamenti, ma il significato stesso dell’istituzione di cui fanno parte. La prima contestazione fatta al Presidente è stata quella di essersi troppo immedesimato nel suo ruolo precedente dimenticando che l’attribuzione al Senato della qualifica di persona offesa dal reato non scaturiva da una ricostruzione del pubblico ministero in quel processo ma dal giudice istruttore che aveva quindi investito l’Istituzione, rappresentata da Grasso, di una doverosa risposta. Correttamente il Presidente ha parlato quindi di dovere in quell’assunzione di responsabilità presa l’altra sera ed ha aggiunto nel comunicato scritto l’aggettivo morale. Alcuni si sono risentiti, pensando erroneamente che sarebbero stati giudicati “immorali” o “amorali” altri e diversi atteggiamenti ed allora il Presidente del Senato, nel suo intervento in aula, ha messo da parte una tale qualificazione. A me pare che quello evocato da alcuni dissenzienti sia solo un “improprio” gioco di parole perché il ricorso all’etica dei comportamenti non è affatto categoria da trascurare di questi tempi e coloro che non condividono un certo atteggiamento nel devono necessariamente sentirsi offesi o messi dall’altra parte. Si è molto insistito da parte di coloro che non volevano la costituzione in giudizio sulla mancanza di “precedenti” . Su questo punto conviene essere chiari. I precedenti alla Camera e al Senato sono importantissimi per interpretare il regolamento ed infatti vengono costantemente evocati, al punto che esistono specifici uffici che li custodiscono. Ma i precedenti sono tali quando i casi ai quali si riferiscono presentino delle indiscutibili affinità. Non mi pare che le vicende evocate nel giudizio davanti ai giudici di Napoli per la cd “compravendita dei senatori” possano vantare tante affinità nella storia del Senato. Ha fatto dunque bene il Presidente Grasso ad evocare tutto questo nel suo intervento in Aula, ripetutamente interrotto, mentre cercava di precisare che in questo caso c’è stata anche una palese ammissione da parte di un ex senatore. E questo non è cosa da poco. Infine un’ultima considerazione che riguarda le istituzioni di garanzia. Non sarà certo un caso che nel breve volgere di pochi giorni ci troviamo di fronte ad attacchi frontali alle nostre massime istituzioni di garanzia. Prima il Presidente della Repubblica, poi la Presidente della Camera ed ora il Presidente del Senato. Certo le ragioni sono molto diverse, nei diversi casi. Le stesse forze politiche che se ne rendono protagoniste cambiano ed i motivi sono spesso inconsistenti. Il fatto più pericoloso è costituito dal fatto che la pubblica opinione rischia di dimenticare le ragioni delle contestazioni, aldilà dei toni violenti che spesso rischiano di diventare addirittura caricaturali, ma purtroppo quella che resta è la contestazione generalizzata e l’indebolimento della funzione di garanzia. Il rischio di questa partita è alto perché in mancanza delle istituzioni di garanzia è lo stesso edificio democratico a traballare ed una volta distrutto non basta neppure una nuova legge elettorale a ricostruirlo.

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I conflitti d’interesse e l’Europa

Dal blog di Beppe Civati riportiamo queste considerazioni che condividiamo: “L’etica è indispensabile per svolgere attività pubbliche ma è condizionata dagli interessi privati. I conflitti d’interesse nel paese sono infiniti: serve una nuova legge per eliminarli principalmente in via preventiva. Tra le urgenze della politica italiana vi è certamente quella di recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nei partiti politici e nei loro rappresentanti. Il rapporto di fiducia si è rotto per vari motivi tra i quali certamente i numerosi esempi di malcostume e più in particolare di utilizzo della “cosa pubblica” (cioè di tutti) per gli interessi di qualcuno (a partire dai propri). Se, prima di pensare a “mega-riforme” della Costituzione, si fosse data adeguata attuazione alle sue disposizioni, una normativa sul conflitto d’interessi, in Italia, esisterebbe da tempo, da molto prima che emergesse il conflitto d’interessi di Berlusconi, che è indubbiamente il più macroscopico, ma certo non l’unico. Tuttavia, l’emergere di un caso così evidente ha reso sostanzialmente impossibile risolvere una questione che negli Stati Uniti – per citare l’ordinamento meglio attrezzato in materia – hanno cominciato ad affrontare dai tempi di Washington. L’Italia si è dotata di una legge sul conflitto d’interessi solo nel 2004. Si tratta della “legge Frattini” (approvata su proposta del II Governo Berlusconi), che la Commissione di Venezia (organo del Consiglio d’Europa), nel parere n. 309/2004 del 13 giugno 2005, ha chiaramente definito inadeguata, invitando le autorità italiane a «trovare una soluzione appropriata». L’invito è caduto nel vuoto. Un intervento, quindi, assume ormai carattere di urgenza, anche perché «con il conflitto d’interessi si mangia». Infatti, l’etica pubblica è il presupposto per poter svolgere efficacemente l’azione di governo; al contrario, l’assenza di regole certe e chiare di etica pubblica determina una dispersione della medesima azione. Ormai pare ampiamente dimostrato, infatti, che la corruzione ed i diffusi conflitti di interessi allontanano gli investitori dall’Italia e che questo certamente acuisce la crisi economica in atto. Quali dovrebbero quindi essere le modalità di intervento? Deve essere riaffermata l’idea per cui chiunque svolga una funzione pubblica (politica e non) deve farlo senza essere condizionato da propri interessi privati. Per garantire questo devono essere previsti idonei strumenti di prevenzione. È ancora una volta la logica preventiva l’unica che può davvero funzionare in questa materia perché soltanto evitando che il titolare della carica o dell’ufficio pubblico possa agire in conflitto d’interessi si può davvero garantire il buon funzionamento dell’azione pubblica e mantenere la fiducia dei cittadini nel fatto che la stessa sia davvero portata avanti (esclusivamente) nell’interesse generale. I punti fondamentali di un’efficace disciplina in materia consistono quindi in una definizione del conflitto di interessi come situazione in cui chi è incaricato di rappresentare interessi pubblici ha (o rappresenta anche) interessi privati potenzialmente confliggenti con i primi; nella individuazione dei soggetti a cui applicare la disciplina: i membri del Governo, il Presidente della Repubblica e – con modalità e limiti diversi – i parlamentari, oltre che i membri delle Autorità indipendenti, i titolari di cariche pubbliche a livello regionale e degli enti locali (naturalmente la disciplina dovrebbe essere parzialmente differenziata a seconda dei diversi ruoli e livelli istituzionali); nella predisposizione di strumenti di prevenzione del conflitto di interessi, attraverso un sistema concreto e graduato che va dall’obbligo di astensione (nel caso in cui il conflitto emerga del tutto sporadicamente) all’incompatibilità (quando dell’interesse privato si ha non la titolarità ma la rappresentanza) all’obbligo di alienazione o di istituzione di un blind trust, assistito da garanzie di piena cecità sull’esempio della disciplina nordamericana; nella previsione di misure sanzionatorie efficaci nei casi in cui vi siano state violazioni delle regole di prevenzione; nel conferimento dei compiti di individuazione delle misure da adottare e della vigilanza sul rispetto delle stesse ad un’autorità terza.

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Berlusconi continua ad avere la golden share sul conflitto d’interessi

Letta aveva parlato già alla conferenza stampa di fine d’anno dell’intenzione di mettere all’ordine del giorno del programma di Governo il tema del conflitto d’interessi. La priorità viene riproposta oggi in collegamento con la nuova legge elettorale. Il tema è estremamente pertinente (e non improvvisato). Suona un po’ comica l’affermazione di chi dice oggi nel PD che il tema non risolto per vent’anni, non può essere riproposto. Sarebbe come dire che è caduto in prescrizione: una cosa incredibile!. Piuttosto se questa volontà esiste si deve cogliere l’occasione per riprendere le proposte di legge già ampiamente istruite alla Camera, Commissione affari costituzionali, nella XV legislatura e poi riproposte, nella XVI, in due progetti di legge: uno a prima firma Bressa e l’altro Veltroni. Proprio nelle settimane scorse un gruppo di lavoro coordinato da me e da Passigli e con la partecipazione di A. Pertici e di Articolo 21 ha messo a fuoco una proposta che aggiorna la proposta di Astrid del 2007 ed il testo è già pronto. Quindi il momento è opportuno più che mai. I conflitti nella nostra società sono numerosi ma quelli che coinvolgono gli uomini di Governo dello Stato e delle Regioni sono i più delicati. La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa ci ha detto più volte che la nostra legge Frattini è gravemente insufficiente e gli stessi incroci tra politica e media sono ben lungi dall’essere risolti dalle stesse Autorità di garanzia che se ne sono occupate poco e male. Le proposte di legge non a caso riguardano anche il tema dei conflitti da parte dei membri delle stesse Autorita’.

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Legge elettorale: quattro incostituzionalità sono troppe!

Testo Legge elettorale presentato in CommissioneSeverissimo il giudizio di Roberto Zaccaria, ordinario di Diritto pubblico all’Università di Firenze ed ex Presidente della Rai. La sentenza con cui la Consulta ha bocciato il Porcellum, spiega, “ha giudicato negativamente le distorsioni che si possono formare quando i sistemi elettorali mettono insieme principi molto diversi. Il sistema risultante sostanzialmente coniuga istituti eterogenei. E questo è un primo dubbio di costituzionalità” Per quanto riguarda poi il premio di maggioranza, dice Zaccaria, “sarebbe più logico collegarlo a soglie più alte di quella del 35% ipotizzata nella proposta Renzi” Zaccaria esprime anche serie perplessità sulla questione delle liste bloccate. “L’osservazione che liste più piccole di quelle attuali garantiscano il diritto di scelta dei cittadini non convince affatto. Per quale motivo si deve votare una lista in blocco e non scegliere uno per uno i candidati da mandare in Parlamento? Le ventilate primarie sono soluzioni interne alla vita dei partiti e, tra l’altro, non sono neppure generalizzate. La Corte infatti aveva richiesto “almeno una preferenza”. Ultima questione è quella delle soglie di sbarramento. “Sono troppo alte – dice Zaccaria -. Se una forza politica si presenta da sola deve arrivare all’8%. In Germania la Corte costituzionale ha detto che una soglia ragionevole di sbarramento non può essere superiore al 5%. Direi che alla luce della recente sentenza di incostituzionalità sul Porcellum, il sistema proposto presenta, allo stato attuale, seri dubbi di costituzionalità. estratto da Legge elettorale: I giuristi, dubbi su sbarramenti, premio e liste Di Gigi Marcucci L’Unità 22 gennaio 2014

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La legge elettorale dopo la Corte

Pubblichiamo un articolo di A. Pertici.La legge elettorale è incostituzionale. Lo ha dichiarato con nettezza la Consulta, secondo quanto si apprende dal comunicato stampa diramato al termine della camera di consiglio, seguendo una prassi utilizzata in occasione delle decisioni più attese. Per comprendere appieno i termini della dichiarazione d’incostituzionalità e le sue ricadute sul sistema è prudente attendere il deposito della motivazione che, come di consueto – precisa la Corte – «avrà luogo nelle prossime settimane», soltanto dal giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta della sentenza, producendosi l’effetto della perdita di efficacia delle disposizioni censurate. Certamente, però, la Corte ha ritenuto incostituzionale sia il premio di maggioranza della Camera (potenzialmente abnorme in assenza di una soglia minima per essere attribuito), sia i premi di maggioranza (regionali) del Senato (che non assicurano neppure una maggioranza in assemblea), sia, infine, il sistema dei listoni bloccati (che non assicurano la libertà di scelta, e quindi di voto, dell’elettore). L’incostituzionalità dei premi di maggioranza lascia un sistema elettorale proporzionale corretto dalle soglie di sbarramento (piuttosto basse, almeno per le liste coalizzate). Più difficile comprendere come la Corte abbia superato il sistema delle liste bloccate, seppure il risultato sembri essere quello di consentire all’elettore l’espressione di una preferenza (le norme in materia essendo infatti state dichiarate incostituzionali «nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza»). Sulla base di queste prime informazioni, quindi, sembrerebbe poter risultare un sistema proporzionale per liste concorrenti (con soglie di sbarramento) e voto di preferenza (che la deprecabile pratica del latinorum porterà a denominare, probabilmente, consultum). Un sistema che, stando alle dichiarazioni pubbliche e alle iniziative assunte in sede parlamentare (proposte di legge, mozioni, ordini del giorno), risulterebbe del tutto minoritario. Ciò che (ancora) ci si aspetta, quindi, è che il Parlamento intervenga rapidamente per l’approvazione di una legge elettorale. La Corte costituzionale, infatti, nel comunicato stampa, ha precisato: «resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali». Questa possibilità, in realtà, il Parlamento l’ha sprecata per mesi, inizialmente pensando di poter rinviare la riforma elettorale a dopo un lunghissimo percorso di riforme costituzionali (della durata di circa due anni e mezzo) e bocciando così la mozione Giachetti per il ritorno alla legge Mattarella (votata solo da SEL e M5S), salvo poi – ad inizio agosto – dichiarare la procedura d’urgenza, nonostante la quale, tuttavia, la Commissione affari costituzionali del Senato ha proceduto in modo lento ed incerto, continuando a muoversi nell’ambito di aggiustamenti del c.d. porcellum, senza, però, superare mai alcune divisioni di fondo. Singolarmente, invece, è stata trascurata la possibilità di tornare alla legge Mattarella che, nonostante alcuni difetti (essenzialmente concentrati nella versione a suo tempo prevista per la Camera dei deputati), rappresentava certamente un ottimo punto di mediazione. Questo abbiamo cercato di dimostrare martedì scorso, in una conferenza stampa tenuta in Senato da Corradino Mineo, Felice Casson e il sottoscritto, per presentare alcuni ordini del giorno elaborati con Giuseppe Civati (e sostenuti dai senatori della sua mozione), volti a reintrodurre la legge Mattarella, preferibilmente con le modalità a suo tempo previste per l’elezione del Senato (che non aveva liste bloccate) e con la possibilità di introdurre il doppio turno di collegio, a favore del quale – come noto – il PD si è più volte espresso. In effetti, la legge Mattarella ha raccolto consensi, in questa legislatura, prima o dopo, da quasi tutte le forze politiche: PD, SEL, Lega e Autonomie hanno presentato proposte di legge in materia, mentre la mozione Giachetti aveva avuto il consenso di SEL e M5S. Quest’ultimo, peraltro, stasera torna ad esprimersi – per mezzo del suo leader Beppe Grillo – a favore di questo sistema del quale anzi auspica il «ritorno immediato». In effetti, un Parlamento la cui legittimazione è stata oggi così evidentemente compromessa (almeno da un punto di vista politico) sembrerebbe dover porcedere alla rapida approvazione di una legge elettorale, quale appunto la Mattarella (soprattutto nella versione prevista per il Senato – del tutto privo di liste bloccate – forte di un largo consenso popolare, essendo risultata da un referendum in cui si espresse per il maggioritario l’82,7% dei votanti), con la quale poter tornare alle elezioni.

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Un gioco pericoloso

Da l’Unità del 6 novembre 2013. Singolare ultimatum di un condannato al Capo dello Stato. “Il Quirinale è ancora in tempo a concedermi la “grazia”. Se non lo fa è colpa sua”. E’ questa, in sostanza, l’opinione che si coglie nelle parole di Berlusconi rilasciate a Vespa in occasione del suo ultimo libro. Un discutibile gioco di prestigio orchestrato in maniera disinvolta tra due partner sul filo della pura comunicazione. Non più la sola comunicazione del giornalista e quella del politico dettate dai propri personali e distinti interessi, ma una doppia tecnica di comunicazione combinata insieme per ottenere un risultato politico inquietante: la messa in mora di Napolitano sulla questione della “grazia” a Berlusconi. Le anticipazioni di un libro in genere si riferiscono a notizie di alcune settimane precedenti che vengono offerte al lettore, in un contesto, diverso dalla cronaca immediata, e destinato ad una riflessione più meditata! Niente di tutto questo. Le anticipazioni nei libri di Vespa sono l’esatto opposto: non anticipano niente ma sono dei veicoli pubblicitari per vendere meglio il libro, immergendolo nella stretta attualità e, al tempo stesso, degli amplificatori spesso acritici della comunicazione altrui. La tecnica di comunicazione di Berlusconi, che si serve del lancio promozionale del libro di Vespa, è ormai fin troppo conosciuta per destare stupore, ma colpisce ugualmente per la sua spregiudicatezza nei confronti del capo dello Stato. Confidando nella memoria necessariamente incompleta della maggior parte del pubblico, si riprende una vecchia notizia (come se si trattasse di un libro già scritto) e la si ripropone disinvoltamente depurandola di alcuni aspetti essenziali e facendola apparire a proprio personale vantaggio. La ormai vecchia notizia è il comunicato del Quirinale del 13 agosto di quest’anno ove il Presidente della Repubblica chiarisce in maniera ineccepibile dal punto di vista costituzionale i limiti dell’esercizio del potere di grazia secondo l’art.87 della Costituzione. Ricordiamo i passaggi essenziali di quel comunicato. L’articolo 681 c.p.p. con riferimento alla “grazia”, indica le modalità di presentazione della relativa domanda. Negli ultimi anni, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda. A questa domanda, (necessaria ma non sufficiente aggiungiamo noi), deve seguire un esame obbiettivo e rigoroso, sulla base dell’istruttoria condotta dal Ministro della Giustizia, per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale. Perché tutto questo possa avvenire è necessario un clima di comune consapevolezza degli imperativi della giustizia e delle esigenze complessive del Paese. Né è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche. Dopo di allora cosa è successo? Un paio di fatti gravissimi e diametralmente opposti rispetto alle accorate esortazioni di Napolitano. Prima l’annuncio da parte dell’assemblea del gruppo parlamentare del pdl delle dimissioni collettive dei parlamentari del gruppo: fatto senza precedenti nella storia repubblicana. E prontissima la risposta del Quirinale che definisce “inquietante” quel gesto desinato a ripercuotersi sulla funzionalità stessa delle Camere (26 settembre). Poi, dopo pochi giorni, le pesanti insinuazioni orchestrate da un parlamentare pdl, secondo le quali il Presidente Napolitano sarebbe intervenuto sulla Cassazione nella vicenda del Lodo Mondadori per pilotare la sentenza della Corte suprema a sfavore del leader del pdl. Ed immediata la reazione del Quirinale. “Quel che sarebbe stato riferito al Senatore Berlusconi circa le vicende della sentenza sul Lodo Mondadori è semplicemente un’altra delirante invenzione volgarmente diffamatoria nei confronti del Capo dello Stato”.( 30 settembre ). In questo quadro, ben lontano da quel clima auspicato dal Capo dello Stato nel comunicato del 13 agosto, riproporre seccamente la questione della grazia, dimenticando la ricostruzione costituzionale del Presidente e tutte le condizioni che avrebbero dovuto circondare quell’atto, rappresenta un modo disinvolto di “giocare” con le istituzioni e un tentativo maldestro di capovolgere la realtà. La comunicazione è una cosa, la deformazione dei fatti, decisamente un’altra.

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Candidati in tv, sulla par condicio deve vigilare l’Agcom

Da l’Unità del 15 ottobre 2013. In un precedente articolo del 28 giugno avevo rilevato che tra le regole del congresso ne sarebbe servita una anche sulla par condicio nei media o almeno in televisione, dato il fortissimo squilibrio di trattamento esistente tra i candidati e rilevabile già ad occhio nudo. In queste condizioni e con il voto aperto a tutti è fin troppo evidente che la partita si aprirebbe e si chiuderebbe con un risultato già scritto in anticipo. Se tutto questo poteva andar bene prima della presentazione delle candidature, dall’11 ottobre qualcosa deve inevitabilmente cambiare. Le regole per il congresso sono state fatte ed approvate. L’art.14 in particolare, dedicato alle garanzie, dice con chiarezza che la commissione nazionale per il congresso provvede a disciplinare, con relative delibere, la diffusione più ampia possibile delle linee politico-programmatiche presentate dai candidati alla carica di segretario e, allo scopo di garantire pari opportunità tra i candidati, stabilisce gli indirizzi e le modalità per la equa ripartizione delle attività di comunicazione e delle risorse finanziarie. La parola magica è quella garanzia di pari opportunità tra i candidati. Sulla questione si è soffermato con osservazioni che condivido Enrico Rossi nel giornale di domenica. Rossi chiede alcuni impegni alla televisione pubblica ed in primis ai programmi d’informazione (tg e approfondimenti) e chiede anche i dati per il monitoraggio all’Osservatorio di Pavia. Vorrei aggiungere un paio di riflessioni. Per avere maggior peso nei confronti dei media, sarebbe opportuno, innanzitutto, che tutti i candidati sottoscrivessero un gentlemen’s agreement rivolto ai mezzi d’informazione, per chiedere, nel rispetto delle priorità notiziali, proprie di ciascuna testata, un trattamento equilibrato tra i candidati. Questo accordo, favorito magari da un’iniziativa della Commissione, avrebbe naturalmente un peso diverso verso la carta stampata e verso le tv, ma avrebbe comunque un significato e costituirebbe un segnale forte nei confronti della pubblica opinione. E’ giusto poi distinguere l’atteggiamento dei giornali da quello delle televisioni, ma per queste ultime si deve ricordare che sia quelle private che quella pubblica hanno eguali vincoli di imparzialità e di rispetto del pluralismo e di par condicio, anche al di fuori della campagna elettorale. Facendo leva su questo principio, che la Corte costituzionale ha richiamato, sarebbe possibile che la Commissione nazionale per il congresso si rivolgesse direttamente all’Agcom, che è titolare di poteri di regolazione e di indirizzo in materia, per disciplinare questa particolare campagna elettorale. L’accordo tra i candidati non farebbe altro che potenziare questa richiesta. Del resto questa soluzione non pregiudicherebbe gli spazi per gli altri partiti ma si limiterebbe ad una disciplina “leggera” dei soli tempi dedicati al partito democratico. Sarebbe utile per trovare un po’ di coraggio, guardare a quel che avviene in Francia in materia di par condicio, dove non solo la Le Pen è stata costretta, proprio in questi giorni, a rinunciare ad una presenza su France2, ma dove le primarie presidenziali sono state oggetto di una speciale considerazione. Infine apprezzo la proposta di Rossi di rivolgersi all’Osservatorio di Pavia per controllare le presenze TV dei candidati, ma sarebbe necessario accompagnare questa richiesta da un’analoga sollecitazione verso la stessa Agcom che pure è obbligata per legge a raccogliere questi dati avvalendosi, attraverso un oneroso contratto, di una società specializzata. Sinceramente non abbiamo mai capito cosa impedisca all’Autorità di raccogliere questi dati nominativamente per ciascun esponente del Partito democratico. Basta consultare il sito per averne conferma. Questa semplice operazione di trasparenza che non costerebbe una lira in più e che i rilevatori compiono inevitabilmente ogni giorno, viene invece nascosta, nella pubblicazione, ai cittadini italiani, che pur finanziano la raccolta dei dati, in omaggio a qualche sconosciuta regola di riservatezza. E forse sarebbe addirittura possibile comunicare questi dati ogni quindici giorni per consentire agli elettori del PD una valutazione appropriata anche di questa delicata partita.

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No a elezioni immediate ma tre leggi essenziali: stabilità, elettorale e conflitto d’interessi

Non so se questa sia la crisi più difficile tra quelle che il Presidente della Repubblica si è trovato a gestire in questi anni, ma di certo è la più delicata. Le mosse di Berlusconi ormai non sono più contro gli avversari politici, ma investono direttamente il Quirinale. Basta rileggersi il comunicato di qualche giorno fa del Presidente Napolitano per rendersene conto. Non ricordo un altro comunicato Presidenziale di analoga forza e sdegno. L’annuncio delle dimissioni collettive privo di qualsiasi significato giuridico nella loro impraticabilità volevano dire solo una cosa: il Presidente deve sciogliere le Camere perché altrimenti le auto sciogliamo noi. Il dimissionamento dei ministri del PDL operato direttamente da Arcore, come dimostrano le reazioni di oggi degli interessati, presenta lo stesso significato. Direttamente alle elezioni e senza indugio. Questo vuol dire che un partito minoritario alla Camera e al Senato pretende di “dettare” il comportamento del Presidente della Repubblica, unico soggetto in grado di decidere lo scioglimento delle Camere. Se questo non è attentato alle prerogative presidenziali, non saprei quale altra parola usare. E tutto questo perché il Presidente non gli ha fornito un improponibile salvacondotto contro la condanna e l’inevitabile decadenza. Bene ha fatto il Presidente l’altro ieri da Milano a criticare le facili prassi degli scioglimenti, ancora meglio ha fatto il Presidente oggi da Napoli a sottolineare più volte la parola continuità riferendosi al Governo e ai successivi passaggi istituzionali. Lo stesso Napolitano ha aggiunto che lo scioglimento deve essere l’ultima mossa possibile. In tutto questo sta scritto prima di tutto che sullo scioglimento decide il Quirinale e poi che si devono esplorare tutte le strade parlamentari per trovare una maggioranza ed un Governo. Noi condividiamo fino in fondo il percorso del Quirinale per cercare una maggioranza ed un Governo che approvino la legge di Stabilità e la legge elettorale. Ci permettiamo però di aggiungere un solo punto all’agenda delle cose essenziali. Approvare rapidamente anche una legge incisiva sul conflitto d’interessi. Non è solo un punto essenziale per le forze democratiche, ma forse è anche un tema di nuove e più ampie convergenze, una volta archiviate le larghe intese.

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Due proposte perché i giornalisti non “subiscano” la politica

Sebbene interessato al tema avevo qualche titubanza a partecipare al Forum di Articolo21 sul futuro del giornalismo non essendo propriamente del mestiere. Stamane la sollecitazione di un amico giornalista ha vinto la mia ritrosia e quindi sottopongo a voi due semplici considerazioni. La prima riguarda il videomessaggio di Berlusconi La mia opinione è precisa e coincide con quella di altri (ad es Marco Mele). Il videomessaggio non è informazione, ma propaganda politica, pubblicità. I giornalisti e i TG che lo trasmettano integralmente violano non solo le regole deontologiche ma anche le leggi dello Stato che vietano la pubblicità in quelle forme all’interno dei TG. Forse un ragionamento diverso potrebbe essere fatto per le All news che hanno spazi diversi e dedicati e che sono soliti trasmettere interventi e discorsi integrali di assemblee di partito e così via. Le violazioni dovrebbero essere sanzionate dall’Agcom oltre che dal buon gusto ma il nostro arbitro in materia è a dir poco timido e quindi tutti fanno quel che vogliono. Prima o poi dovremo renderci conto di tutto questo anche facendo elementari confronti con Istituzioni simili che operano all’estero. A proposito dell’estero, un’altra considerazione che vorrei sottoporvi riguarda la struttura delle nostre trasmissioni politiche. Sono mediamente insopportabili, almeno per me. Una carrellata di opinioni dei soliti noti con un ruolo meramente notarile del giornalista. Tutti poi fanno a gara per avere ospite un big ed allora lo si tratta in guanti bianchi, per evitare che si irriti e che magari non ritorni. Sento fare, in quelle rare occasioni in cui mi trovo a guardarle, delle affermazioni a dir poco imbarazzanti senza che il giornalista si permetta di correggere una virgola. Tanto, si dice, sono presenti tutti e se vogliono replicano gli avversari politici. Questo è il modello che favorisce i dilettanti allo sbaraglio e quindi è ovvio che il pubblico si allontani. L’unica forma di spettacolo è la rissa ed anche di quella ormai siamo stufi. A volte devo confessare che ho una grande nostalgia delle Tribune di Jader Jacobelli nelle quali il politico veniva sonoramente messo alla prova da domande graffianti e da repliche al vetriolo. Ma non occorre andare tanto lontano anche in questo campo: basta copiare bene. Senza grande originalità proporrei di raccogliere un suggerimento che viene dalla Francia e da quella fortunatissima trasmissione in onda su France 2 dal titolo “Des paroles et des actes”. Il politico candidato si presenta tutto solo e per circa due ore viene “esaminato” da un gruppo agguerrito di giornalisti e di esperti sui principali temi del suo futuro impegno politico (visione generale, politica estera, economica, giustizia, lavoro ecc). All’interno del format è previsto anche un faccia a faccia con un suo oppositore politico. Qui si tratterebbe semplicemente di adattare il modello. I principali leaders politici francesi, compresi i presidenti, hanno sempre dichiarato che questa prova è stata per loro durissima, un vero e proprio esame di maturità. Per chi fosse interessato a capire meglio la formula consiglierei di vedere su internet una puntata, che forse si trova ancora, dedicata a Francois Fillon, ex primo ministro di Sarkozy ed ora suo principale antagonista. Consiglio di guardare quella puntata o un’altra qualsiasi ed allora credo che ai giornalisti torni la voglia di fare fino in fondo il proprio mestiere e al pubblico la voglia di rimettersi davanti alla televisione.

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Quello spot vietato dentro i TG del Cav

Zaccaria L’UnitàAlla fine il videomessaggio è arrivato dopo un ulteriore slittamento per non farsi schiacciare della Concordia. Una delle curiosità era quella di valutarne il “trattamento” da parte dei telegiornali. Con ogni evidenza è stato un messaggio di propaganda politica. Niente di scandaloso. Ce ne sono tanti, magari più sobri. Naturalmente c’erano all’interno anche notizie e quindi era più che naturale l’interesse dei media ed in particolare quello dei TG Ieri sera li abbiamo seguiti con particolare attenzione. Nel “prime time” quasi tutti i TG del paese, salvo le all news che hanno una struttura editoriale diversa, hanno impaginato e trattato il videomessaggio di Berlusconi come una notizia tra le altre. Alcuni TG e forse la maggior parte, gli hanno dato maggior evidenza, ma con servizi di non più di 3 minuti di media, altri (TGLa7) l’hanno collocato addirittura come quarta notizia. I TG di Mediaset ed in particolare il TG5, lo hanno invece trasmesso integralmente. Una durata di oltre 16 minuti su telegiornali di durata media di 30 minuti. In questa diversità sta il problema. Dobbiamo domandarci se questo atteggiamento possa essere considerato alla stregua di legittima ed autonoma scelta editoriale dei direttori o se non implichi altri profili degli di attenzione? Ci sono nel nostro paese regole che disciplinano tutto questo. Ci sono arbitri che sono chiamati ad applicarle?

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