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I vizi di fondo che condizionano la riforma costituzionale del Senato

Sono molte le osservazioni e le critiche che si stanno facendo alla proposta del Governo di riforma costituzionale del Senato e de Titolo V della Costituzione. Vediamone insieme le principali 1. La prima obiezione di fondo è quella sollevata da alcuni costituzionalisti che ritengono che dopo la sentenza n.1 del 2014 della Corte costituzionale il Parlamento non sia idoneo ad intraprendere un percorso di riforme così impegnativo. Vengono modificati oltre 40 articoli della Costituzione 2. La seconda osservazione di metodo è rappresentata dal fatto che il Governo, con la sua proposta, prima, e poi con le condizioni imperative di contenuti e di tempi tende a giocare un ruolo che nelle riforme costituzionali non gli è proprio, usurpando spazi delle prerogative delle Camere. Quando questo fu fatto dal centro destra fu aspramente criticato. 3. La terza osservazione è di tipo strutturale ed ha due varianti. Si dice,innanzitutto, da un lato, che pur accettando l’idea di una forte riduzione e addirittura di un dimezzamento del collegio, circa 150 senatori, si sarebbe potuta mantenere l’elezione diretta con un radicamento più stretto con i territori; 4. Sempre su piano strutturale si critica inoltre la formazione del collegio espresso indirettamente Regioni ed enti locali per diversi ordine di motivi. Sovra rappresentazione degli esecutivi rispetto alle assemblee elettive locali. Troppi Presidenti di Regione e Sindaci rispetto alle espressioni degli eletti. Un appiattimento ingiustificato tra Regioni grandi e piccole. Disallineamento tra la durata degli enti locali e l’organo nazionale. 5. La nomina da parte del Presidente della repubblica di 21 componenti su un totale di 148 membri è enorme e rischia di influenzare in maniera decisiva le maggioranze. Un tale tipo di “infornate” le faceva solo il Re nel Senato dell’ottocento. 6. Le maggioranze che si formeranno in questo organismo saranno in ultima analisi maggioranze politiche e che potrebbero essere del tutto avulse rispetto a quelle della Camera. E’ vero che non vi sarà fiducia né il voto sul bilancio, ma su altre prerogative (leggi costituzionali e nomine di organi costituzionali) potrebbero risultare imbarazzanti. 7. I poteri che vengono riconosciuti a questo nuovo Senato sono molto modesti, con l’eccezione che abbiamo detto delle leggi costituzionali e delle nomine degli organi costituzionali, e la partecipazione al processo legislativo è equivalente a quella di un organo consultivo. Questi poteri non sono lontani da quelli della Conferenza unificata Stato Regioni. Non risulterà un doppione? 8. Anche gli interventi sul titolo V sono molto pericolosi ed incidono profondamente sul ruolo delle Regioni e sulle loro autonomie. Il disegno regionale è una dei punti di forza della nostra Carta costituzionale. La Corte costituzionale aveva lavorato molto per dare una corretta interpretazione alla riforma del 2001. Ora si cambia di nuovo in senso inverso e si rischia di creare una grande confusione. 9. L’unica cosa giusta era quella di correggere il tiro e riportare alla competenza dello Stato alcune materie nevralgiche come ordinamento delle professioni; grandi reti strategiche di trasporto e di navigazione di interesse nazionale; ordinamento della comunicazione;produzione strategica, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia. Per il resto bastava introdurre come in Germania la clausola di supremazia a favore dello Stato 10. Il progetto di eliminare la potestà legislativa concorrente, oltre a quello che abbiamo detto, rischia di riportare le competenze delle Regioni al livello del 1970. Le malefatte di un gruppo sia pur nutrito di consiglieri regionali non merita una punizione così forte per l’intero sistema regionale che funziona. Una volta invece che saranno fortemente ridimensionate le competenze, qualcuno farà un po’ di conti e poi ci dirà che anche le Regioni sono enti inutili e costosi. Il sistema delle autonomie accanto accanto al pluralismo politico e sociale è condizione essenziale per tenere lontano l’autoritarismo.

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Molti dubbi sulla riforma costituzionale del Senato e del Titolo V Cost.

Nutro personalmente molti dubbi sulla riforma costituzionale del Senato e del Titolo V della Costituzione. Condivido innanzitutto le considerazioni preliminari svolte da Alessandro Pace nel suo articolo di oggi su Repubblica che considera dopo la Sentenza n.1 del 2014 della Corte Costituzionale il Parlamento attuale inidoneo (Pace dice delegittimato) ad affrontare una riforma di così grande respiro. In effetti leggendo solo il numero degli articoli modificati (oltre 40) ci si rende conto che si tratta della più imponente riforma costituzionale mai intrapresa; di poco inferiore a quella del centrodestra di Berlusconi nella XIV legislatura che però il Popolo ha bocciato sonoramente con il referendum del 2006. Mi domando allora se proprio sia necessario tutto questo terremoto costituzionale per arrivare al risultato assai discutibile di ridurre il Senato della Repubblica ad una “Cameretta” (infatti non si chiamerebbe neppure più Senato ma solo “Assemblea”) espressione indiretta e disordinata delle autonomie locali, privo di poteri significativi e sostanzialmente ridotto ad un ruolo consultivo, se non decorativo, salvo poi attribuirgli il ruolo di concorrere alle revisione costituzionale. E’ sufficiente per tutto questo sconvolgimento costituzionale porre la giustificazione del risparmio di un miliardo di euro. In quale paese del mondo e in quale periodo della storia i costituenti hanno posto questa prospettiva al centro delle loro riflessioni costituzionali. E come non considerare con preoccupazione la riforma del Titolo V della stessa Costituzione che eliminando drasticamente (qualche ritocco era necessario) la potestà legislativa concorrente delle Regioni e riportando la maggior parte delle materie nella competenza esclusiva dello Stato riporta con un sol tratto di penna lo Stato delle autonomie regionali ad una situazione simile a quella del 1970. E’ vero che un bel numero di consiglieri e di gruppi regionali abbiano dato un esempio disastroso di malgoverno, ma è giusto colpire quelli, non demolire l’intero sistema delle autonomie costituzionali (art.5 e 114 Cost). Di fronte a tutto questo occorre domandarsi allora perché per superare, come tutti siamo d’accordo, il bicameralismo perfetto non si sia scelta la strada più semplice di riprendere, pari, pari il testo approvato nella XV legislatura dalla Commissione affari costituzionali ed arrivato dopo oltre un anno e mezzo di lavoro all’esame dell’Aula della Camera dei deputati. Su quel testo elaborato da una maggioranza di centrosinistra tutta l’opposizione si astenne e larga parte dell’Università italiana, ascoltata in audizioni parlamentari e in diversi seminari, espresse consenso. Posso solo aggiungere che quella riforma toccava non più di una ventina di disposizioni della nostra Costituzione (la metà dunque di quell’attuale) e quando si parla di Costituzione la quantità di materia trattata non è indifferente. Chi procede alla revisione costituzionale deve usare il bisturi e non l’accetta. Infine un’ultima considerazione. Alcuni commentatori su autorevoli giornali di oggi rilevavano con entusiasmo che la modifica costituzionale di Renzi introdurrebbe la “corsia preferenziale” per alcune proposte del Governo e prevederebbe addirittura la possibilità per il Presidente del Consiglio di “revocare” i ministri. Ebbene queste due rivoluzionarie proposte erano contenute pari, pari in quel testo approvato nella XV legislatura e che ora basterebbe riprendere. Per un Parlamento che se non delegittimato, certamente non si può considerare nella “pienezza” dei poteri, riprendere un testo “meditato” e già frutto di ampie convergenze politiche ed accademiche non sarebbe un atto di umiltà disprezzabile. Ma forse è chiedere troppo.

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Legge elettorale: una grave ferita al principio democratico

10 ragioni per dire no alla nuova legge elettorale. Articolo 21 (www.articolo21.org) apre un dibattito pubblico tra i costituzionalisti La legge elettorale approvata dalla Camera dei deputati, con un procedimento assai poco lineare, non solo è una brutta legge, frutto di un intreccio discutibile tra modelli elettorali molto diversi, ma è una legge che presenta gravi difetti di costituzionalità e dai caratteri fortemente antidemocratici. Il sistema viene bloccato intorno ai due partiti oggi più forti ed è reso quasi impossibile l’accesso di nuove forze politiche. Articolo 21 ritiene che data l’importanza della legge sia doveroso aprire un serio dibattito tra i costituzionalisti italiani. Il limite più grave in assoluto è rappresentato dal fatto che per “garantire” meccanicamente la governabilità la legge elettorale in discussione al Parlamento toglie al cittadino che non voglia votare per uno dei due più grandi partiti oggi esistenti nel paese il diritto di scegliersi liberamente un diverso partito e toglie in generale il diritto di scegliersi liberamente il proprio rappresentante in Parlamento. Il principio della rappresentanza viene totalmente sacrificato e con esso molte delle considerazioni di costituzionalità fatte dalla Corte nella sentenza n.1 del 2014. Esistono a mio giudizio almeno 10 ragioni per giudicare negativamente la nuova legge elettorale. 1. La prima ragione è costituita dalla “distorsione” irragionevole derivante nell’intreccio tra il sistema proporzionale di base e l’innesto di soglie di accesso alte e da un premio di maggioranza troppo basso. 2. La seconda ragione è costituita dal fatto che il premio di maggioranza scatta teoricamente solo al 37 per cento (non si tratta quindi di un premio di maggioranza in senso proprio) 3. Le soglie di accesso per i partiti sono troppe (ben tre soglie diverse) e quella per i partiti che si presentino da soli è spaventosamente alta (8 per cento) 4. I cittadini non hanno alcuna possibilità di scelta dei loro rappresentanti che i partiti presentano in liste rigidamente bloccate (anche se più corte del Porcellum). Si riconosce in questo modo un potere abnorme alle oligarchie dei partiti. 5. I criteri adottati per la trasformazione dei voti in seggi su scala nazionale introducono un elemento di forte casualità soprattutto nella scelta dei rappresentanti dei partiti più piccoli (voto in una Regione ed elezione in un’altra). 6. La possibilità delle candidature multiple (in ben otto circoscrizioni) rende ulteriormente casuale il risultato degli eletti per le opzioni dei capilista e di conseguenza per la sorte di tutti gli altri candidati 7. Premio indiretto per i partiti più grandi che prosciugano i voti dei partiti più piccoli della coalizione che non raggiungano il quorum (trasferimento del voto con violazione del voto eguale). 8. Irrisolto il problema del conflitto d’interessi nella forma minima della ineleggibilità per coloro che si trovino ad esser titolari di contratti o di concessioni rilevanti da parte della pubblica amministrazione 9. Irrisolto il problema della parità di genere nelle candidature. La ferita è gravissima in presenza di liste bloccate. I partiti possono decidere liberamente l’ordine di presentazione e quindi di elezione. 10. L’ultima ragione, non certo per importanza, è quella rappresentata dal doppio e diversissimo sistema elettorale valido per la Camera e per il Senato. Questa scelta rende praticamente impossibile lo scioglimento delle Camere e pregiudica nei fatti il potere costituzionale del Presidente della repubblica.

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Appello CIR e Centro Astalli al Governo per i rifugiati siriani

(ANSA) – ROMA, 6 MAR – Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) e il Centro Astalli hanno inviato una lettera con un appello al presidente del Consiglio Renzi, al ministro dell’Interno Alfano e al ministro degli Esteri Mogherini, per chiedere che vengano aperti con urgenza canali umanitari per l’arrivo di rifugiati provenienti dalla Siria. L’appello s’inserisce nella campagna ‘Europe Act Now’,lanciata oggi dal Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli(Ecre) insieme ad altre 70 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti dei rifugiati in tutta Europa, e si rivolge aigoverni europei per la protezione dei rifugiati in fuga dalla guerra in Siria. Oltre 80 mila rifugiati siriani, secondo le organizzazioni, hanno cercato protezione in Europa, Norvegia e Svizzera, soltanto il 3% del numero totale delle persone chehanno lasciato il Paese, in guerra da 3 anni. Con circa 130.000vittime e con un numero di rifugiati che si stima possa arrivarefino a 4 milioni entro la fine del 2014, questa guerra -sottolineano – sta determinando la più grande crisi umanitaria dei nostri tempi. La campagna sollecita i leader europei ad agire per garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa, fermare i respingimenti e proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee, ricongiungere le famiglie separate dalla guerra. “Le barriere d’accesso alla protezione in Europa devono essere eliminate – afferma Roberto Zaccaria, presidente del Cir -arrivare in Europa legalmente e in condizioni di sicurezza è praticamente impossibile per i rifugiati, a causa dellerestrizioni dei visti, delle limitate opportunità dire-insediamento e dei complessi regolamenti che ostacolano il ricongiungimento familiare. Coloro che cercano salvezza in Europa non hanno altra scelta se non quella di affidarsi ai trafficanti e di affrontare viaggi rischiosissimi. Una crisi di queste proporzioni necessita che l’Europa agisca ora”. (ANSA).

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Legge elettorale, intesa su riforma solo per la Camera. Il Senato resta con il sistema elettorale uscito dalla Consulta

Doveva cominciare alla Camera l’esame degli emendamenti sulla legge elettorale ed invece il pomeriggio ha avuto il suo epicentro fuori dall’Aula dove sembra che sia stato raggiunto un accordo tra i partiti della maggioranza ed anche con Forza Italia su un emendamento del PD che limita l’efficacia della legge elettorale alla sola Camera dei deputati. Malgrado questi che sembrano ormai punti fermi, i lavori parlamentari procedono formalmente al rilento. E’ stata respinta una richiesta della Lega di tornare in Commissione mentre i gruppi maggioritari hanno approvato una richiesta del Presidente della Commissione, Sisto, di riorganizzare i lavori per l’Aula nel comitato dei nove. Domani mattina è prevista la ripresa dei lavori alle 10 e 30. E’ difficile fare delle previsioni ma non sembra che vi sarà grande spazio per gli emendamenti diretti a disciplinare le possibili forme di ineleggibilità dei parlamentari per conflitto di interessi. Al di là delle valutazioni politiche, il giudizio su questo doppio regime elettorale è preoccupante. A parte tutte le criticità che caratterizzano l’Italicum e che abbiamo già messo in luce in precedenza (liste bloccate, alto premio di maggioranza ed altissimo sbarramento per le forze politiche che si presentano da sole), evidenziando anche i profili di incostituzionalità, si deve dire che questa soluzione della diversa disciplina elettorale per i due rami del parlamento sembra grottesca. Ci sarà pure il progetto di eliminare il Senato, ma fintanto che questo non avverrà ( e si tratta pur sempre di riforma costituzionale con doppia lettura e con possibile referendum) il nostro paese avrà due leggi diversissime per Camera e Senato e tutti i progetti di Governabilità saranno clamorosamente contraddetti. Per ora mi pare che piuttosto che ad un compromesso siamo di fronte ad un pasticcio.

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Legge elettorale e conflitto d’interessi: è questo il momento

Riprende il percorso della legge elettorale e si riapre il termine per gli emendamenti. Tutti dicono che nonostante i forti dubbi, anche di costituzionalità, che accompagnano il progetto di legge, l’accordo politico tra PD e Forza Italia sia blindatissimo e non ci sia spazio per emendamenti di nessun genere. Questo vincolo paralizza qualsiasi ipotesi di cambiamento, ma per quanto assurdo in una legge così importante, dovrebbe riguardare solo il nucleo duro della cd trasformazione di voti in seggi. Per il resto, per tutto quanto riguarda le disposizioni accessorie, il vincolo dell’accordo blindato non dovrebbe valere, perché in caso contrario ci si domanda a cosa serva il Parlamento se un gruppetto di una mezza dozzina di persone è in grado di paralizzarne completamente il funzionamento. Ci sono già alcuni emendamenti che riguardano l’antica e irrisolta questione del conflitto d’interessi. In particolare si tenta di riscrivere, anche sulla base della proposta presentata al Senato da Mucchetti e da Zanda il famoso ed inapplicato art.10 del TU del 1957 in materia elettorale. “Non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entita’ economica..”. Visto che il problema non riguarda più l’on. Berlusconi, ma è tornato di attualità anche nella formazione di questo governo con un paio di casi significativi richiamati esplicitamente dai giornali all’attenzione della pubblica opinione, è proprio il caso di intervenire urgentemente. La soluzione più semplice è quella di chiarire, con due semplici parole che non sono eleggibili coloro che in proprio, quali persone fisiche o giuridiche, abbiano rapporti d’affari con lo Stato. Se poi si vuol fare qualcosa di più e rendere più incisive le norme sui conflitti anche per gli uomini e le donne di governo e per i media basta fare un cenno e le disposizioni sono pronte. Finalmente Consiglio d’Europa e Commissione di Venezia approverebbero.

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Quali prospettive per la Somalia

Si è svolto ieri presso la sede della SIOI con grande partecipazione di pubblico il convegno internazionale sulla “Somalia: scenari attuali e prospettive di sviluppo organizzato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) in collaborazione con la Società Italiana per l’ Organizzazione Internazionale (SIOI). Lo scopo del convegno è stato quello di stimolare un dibattito sui recenti sviluppi politici ed economici della Somalia, sulle prospettive di stabilizzazione nel paese e sul ruolo che, nella sua ricostruzione, può rivestire la diaspora somala. Ha introdotto i lavori Christopher Hein, Direttore del CIR. Hanno partecipato tra gli altri Franco Frattini, Presidente della SIOI; Giampaolo Cantini, Direttore Generale Cooperazione allo Sviluppo, Ministero Affari Esteri Mario Raffaelli, Vicepresidente di AMREF Internazionale; Bora Dushku, Consigliere politico Giustizia, Affari Interni, Africa dell’Ambasciata Britannica in Italia; Angelo Trovato, Presidente della Commissione Nazionale per il Diritto d’Asilo; Rahma Mohamed Hassan, Presidentessa dell’Associazione per l’aiuto alle donne e ai bambini somali Shukri Said, Direttrice dell’Associazione Migrare Nino Sergi, Presidente di Intersos Tana Anglana, responsabile programmi Migrazione e Sviluppo, OIMGrande emozione ha suscitato la presenza di Alessandra Morelli Rappresentante dell’UNHCR in Somalia che è sfuggita nei giorni scorsi ad un gravissimo attentato a Mogadiscio. Ha moderato la seconda tavola rotonda Roberto Zaccaria.

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CIR: Roberto Zaccaria eletto nuovo Presidente

Lo scorso 7 febbraio 2014 Il Consiglio Direttivo del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) ha eletto Roberto Zaccaria nuovo Presidente del CIR. E’ stato eletto Vice Presidente Giuseppe Casucci e nuovo tesoriere Luciano La Gamba. Il Presidente uscente Savino Pezzotta ha così commentato: “E’ stata un’esperienza arricchente sul piano umano, oltre che su quello delle conoscenze, all’inizio non pensavo sarebbe stata così fondamentale. Abbiamo fatto cose importanti e serie. Abbiamo capito che non è solo una questione di quanti sono ma anche di chi sono, dei bisogni di ogni persona. Ringrazio tutti, il Consiglio, il vicepresidente, il direttore Christopher Hein, e anche il personale del CIR e tutti quelli che in Italia hanno lavorato con impegno e passione durante la mia Presidenza. Credo che la scelta di Roberto Zaccaria sia una scelta significativa. Conosciamo Roberto per la sua sensibilità e attenzione sul tema dell’asilo e dell’immigrazione che ha dimostrato non solo all’interno dell’attività parlamentare. Per cui è un processo che continua”. Il CIR saluta con affetto Savino Pezzotta ringraziandolo per tutte le battaglie che in questi ultimi otto anni ha combattuto al nostro fianco e come nostro portavoce, una presenza forte in tutti i momenti chiave delle nostre attività. Il CIR dà il benvenuto al neo eletto Presidente Roberto Zaccaria, con la consapevolezza che il momento storico che il Paese e anche la nostra organizzazione sta affrontando richiederà un grande impegno, ed è anche per questo che la sua nomina ci riempie di speranza e fiducia. Il CIR ha espresso grande apprezzamento per il lavoro svolto dal suo Vice Presidente uscente, Avvocato Mario Lana, Presidente dell’Unione Forense per i Diritti Umani e dal tesoriere uscente, Stefano Pietra, della Lega Italiana per i Diritti Umani.

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C’erano una volta le funzioni di garanzia

2611396La decisione del Presidente del Senato, Pietro Grasso, di incaricare l’avvocatura dello Stato di costituire il Senato della Repubblica quale parte civile nel processo sulla c.d. “compravendita di senatori” del prossimo 11 febbraio presso il Tribunale di Napoli è ineccepibile. Il Presidente ha esercitato una sua prerogativa in base all’art.8 del Regolamento del Senato che gli attribuisce la rappresentanza dell’organo con l’amplissimo significato che questa funzione comporta. Nessun vincolo derivava dall’orientamento espresso dai componenti del Consiglio di Presidenza che erano stati avvertiti preliminarmente sul fatto che la decisione sarebbe stata presa autonomamente dal Presidente nell’ambito della sua responsabilità. Il fatto che i componenti del Consiglio non siano stati neppure chiamati a votare la dice lunga sul significato di quella consultazione. La tempesta di dichiarazioni fuori e dentro l’Aula da parte degli esponenti di quei gruppi che avevano espresso un contrario orientamento non ha aiutato a leggere correttamente i fatti. Come spesso succede in questi ultimi tempi alcuni schieramenti politici assumono i toni delle tifoserie calcistiche e naturalmente rischiano di compromettere non solo la linearità dei loro atteggiamenti, ma il significato stesso dell’istituzione di cui fanno parte. La prima contestazione fatta al Presidente è stata quella di essersi troppo immedesimato nel suo ruolo precedente dimenticando che l’attribuzione al Senato della qualifica di persona offesa dal reato non scaturiva da una ricostruzione del pubblico ministero in quel processo ma dal giudice istruttore che aveva quindi investito l’Istituzione, rappresentata da Grasso, di una doverosa risposta. Correttamente il Presidente ha parlato quindi di dovere in quell’assunzione di responsabilità presa l’altra sera ed ha aggiunto nel comunicato scritto l’aggettivo morale. Alcuni si sono risentiti, pensando erroneamente che sarebbero stati giudicati “immorali” o “amorali” altri e diversi atteggiamenti ed allora il Presidente del Senato, nel suo intervento in aula, ha messo da parte una tale qualificazione. A me pare che quello evocato da alcuni dissenzienti sia solo un “improprio” gioco di parole perché il ricorso all’etica dei comportamenti non è affatto categoria da trascurare di questi tempi e coloro che non condividono un certo atteggiamento nel devono necessariamente sentirsi offesi o messi dall’altra parte. Si è molto insistito da parte di coloro che non volevano la costituzione in giudizio sulla mancanza di “precedenti” . Su questo punto conviene essere chiari. I precedenti alla Camera e al Senato sono importantissimi per interpretare il regolamento ed infatti vengono costantemente evocati, al punto che esistono specifici uffici che li custodiscono. Ma i precedenti sono tali quando i casi ai quali si riferiscono presentino delle indiscutibili affinità. Non mi pare che le vicende evocate nel giudizio davanti ai giudici di Napoli per la cd “compravendita dei senatori” possano vantare tante affinità nella storia del Senato. Ha fatto dunque bene il Presidente Grasso ad evocare tutto questo nel suo intervento in Aula, ripetutamente interrotto, mentre cercava di precisare che in questo caso c’è stata anche una palese ammissione da parte di un ex senatore. E questo non è cosa da poco. Infine un’ultima considerazione che riguarda le istituzioni di garanzia. Non sarà certo un caso che nel breve volgere di pochi giorni ci troviamo di fronte ad attacchi frontali alle nostre massime istituzioni di garanzia. Prima il Presidente della Repubblica, poi la Presidente della Camera ed ora il Presidente del Senato. Certo le ragioni sono molto diverse, nei diversi casi. Le stesse forze politiche che se ne rendono protagoniste cambiano ed i motivi sono spesso inconsistenti. Il fatto più pericoloso è costituito dal fatto che la pubblica opinione rischia di dimenticare le ragioni delle contestazioni, aldilà dei toni violenti che spesso rischiano di diventare addirittura caricaturali, ma purtroppo quella che resta è la contestazione generalizzata e l’indebolimento della funzione di garanzia. Il rischio di questa partita è alto perché in mancanza delle istituzioni di garanzia è lo stesso edificio democratico a traballare ed una volta distrutto non basta neppure una nuova legge elettorale a ricostruirlo.

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I conflitti d’interesse e l’Europa

Dal blog di Beppe Civati riportiamo queste considerazioni che condividiamo: “L’etica è indispensabile per svolgere attività pubbliche ma è condizionata dagli interessi privati. I conflitti d’interesse nel paese sono infiniti: serve una nuova legge per eliminarli principalmente in via preventiva. Tra le urgenze della politica italiana vi è certamente quella di recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nei partiti politici e nei loro rappresentanti. Il rapporto di fiducia si è rotto per vari motivi tra i quali certamente i numerosi esempi di malcostume e più in particolare di utilizzo della “cosa pubblica” (cioè di tutti) per gli interessi di qualcuno (a partire dai propri). Se, prima di pensare a “mega-riforme” della Costituzione, si fosse data adeguata attuazione alle sue disposizioni, una normativa sul conflitto d’interessi, in Italia, esisterebbe da tempo, da molto prima che emergesse il conflitto d’interessi di Berlusconi, che è indubbiamente il più macroscopico, ma certo non l’unico. Tuttavia, l’emergere di un caso così evidente ha reso sostanzialmente impossibile risolvere una questione che negli Stati Uniti – per citare l’ordinamento meglio attrezzato in materia – hanno cominciato ad affrontare dai tempi di Washington. L’Italia si è dotata di una legge sul conflitto d’interessi solo nel 2004. Si tratta della “legge Frattini” (approvata su proposta del II Governo Berlusconi), che la Commissione di Venezia (organo del Consiglio d’Europa), nel parere n. 309/2004 del 13 giugno 2005, ha chiaramente definito inadeguata, invitando le autorità italiane a «trovare una soluzione appropriata». L’invito è caduto nel vuoto. Un intervento, quindi, assume ormai carattere di urgenza, anche perché «con il conflitto d’interessi si mangia». Infatti, l’etica pubblica è il presupposto per poter svolgere efficacemente l’azione di governo; al contrario, l’assenza di regole certe e chiare di etica pubblica determina una dispersione della medesima azione. Ormai pare ampiamente dimostrato, infatti, che la corruzione ed i diffusi conflitti di interessi allontanano gli investitori dall’Italia e che questo certamente acuisce la crisi economica in atto. Quali dovrebbero quindi essere le modalità di intervento? Deve essere riaffermata l’idea per cui chiunque svolga una funzione pubblica (politica e non) deve farlo senza essere condizionato da propri interessi privati. Per garantire questo devono essere previsti idonei strumenti di prevenzione. È ancora una volta la logica preventiva l’unica che può davvero funzionare in questa materia perché soltanto evitando che il titolare della carica o dell’ufficio pubblico possa agire in conflitto d’interessi si può davvero garantire il buon funzionamento dell’azione pubblica e mantenere la fiducia dei cittadini nel fatto che la stessa sia davvero portata avanti (esclusivamente) nell’interesse generale. I punti fondamentali di un’efficace disciplina in materia consistono quindi in una definizione del conflitto di interessi come situazione in cui chi è incaricato di rappresentare interessi pubblici ha (o rappresenta anche) interessi privati potenzialmente confliggenti con i primi; nella individuazione dei soggetti a cui applicare la disciplina: i membri del Governo, il Presidente della Repubblica e – con modalità e limiti diversi – i parlamentari, oltre che i membri delle Autorità indipendenti, i titolari di cariche pubbliche a livello regionale e degli enti locali (naturalmente la disciplina dovrebbe essere parzialmente differenziata a seconda dei diversi ruoli e livelli istituzionali); nella predisposizione di strumenti di prevenzione del conflitto di interessi, attraverso un sistema concreto e graduato che va dall’obbligo di astensione (nel caso in cui il conflitto emerga del tutto sporadicamente) all’incompatibilità (quando dell’interesse privato si ha non la titolarità ma la rappresentanza) all’obbligo di alienazione o di istituzione di un blind trust, assistito da garanzie di piena cecità sull’esempio della disciplina nordamericana; nella previsione di misure sanzionatorie efficaci nei casi in cui vi siano state violazioni delle regole di prevenzione; nel conferimento dei compiti di individuazione delle misure da adottare e della vigilanza sul rispetto delle stesse ad un’autorità terza.

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