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Ordine del Giorno 9/3890-B/2 presentato da ROBERTO ZACCARIA (26/01/2005)

QUESTIONE PREGIUDIZIALE – AC 5827 (10/05/2005) La Camera, premesso che: il disegno di legge di conversione del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35 trasmesso dal Senato contiene una serie di materie profondamente eterogenee rispetto al nucleo originario riguardante il rilancio della competitività; ai sedici articoli iniziali sono stati aggiunti ben venti articoli e numerose disposizioni prive di unicità di contenuto, quali ad esempio la riforma del codice di procedura civile, le disposizioni in tema di scioglimento degli effetti civili del matrimonio, le norme in materia di semplificazione amministrativa (peraltro già contenute nel disegno di legge n. 5736 in corso d’esame in Commissione alla Camera e nel disegno di legge di semplificazione per il 2005 in Aula al Senato). Tale intervento normativo è da ritenersi in contrasto palese con un corretto utilizzo delle fonti e in violazione dell’articolo 15, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, come ha rilevato il Comitato per la legislazione in uno dei pareri più critici tra quelli formulati in questa legislatura; il testo del disegno di legge, come risulta dalle modifiche apportate dal Senato, è privo dei presupposti di necessità e urgenza, come dimostrano le due nuove deleghe contenute nell’articolo 1 del disegno di legge di conversione e le numerose disposizioni aventi carattere ordinamentale, richiamate dal parere del citato Comitato. Tali disposizioni non giustificano l’urgenza e le limitazioni del dibattito che caratterizzano questo disegno di legge di conversione e si pongono in contraddizione con l’articolo 77 della Costituzione e in seconda battuta con l’articolo 15, comma 2, della legge 400 del 1988, ritenuta alla base dell’«ordinato impiego della decretazione d’urgenza e quindi da osservare rigorosamente», come ha sottolineato il Presidente della Repubblica nel rinvio del disegno di legge di conversione del decreto-legge 25 gennaio 2002, n. 4; le stessa deleghe previste risultano assai complesse ed eccessivamente ampie e sprovviste dei requisiti stringenti di cui all’articolo 76 della Costituzione; il loro inserimento nel disegno di legge di conversione limita l’intervento parlamentare che pure dovrebbe essere assicurato dall’articolo 72 della Costituzione, che istituisce la riserva di assemblea per la delegazione legislativa; la combinazione dell’uso contemporaneo del decreto-legge, dei maxiemendamenti e della fiducia nei due rami del Parlamento espropria il Parlamento della funzione legislativa su materie di rilevantissimo interesse. Lo strumento del maxiemendamento, inoltre, contribuisce a rendere difficile l’esame del testo normativo (articolo 1 del disegno di legge di conversione), e si pone in controtendenza con i richiami del Presidente della Repubblica finalizzati a sollecitare delle modalità redazionali più conformi con l’articolo 72, primo comma, della Costituzione, secondo cui ogni legge deve essere approvata «articolo per articolo» e con votazione finale (messaggio di rinvio alle Camere del disegno di legge di riforma dell’ordinamento giudiziario). Il cortocircuito istituzionale che si determina attraverso l’ingerenza governativa sulla decretazione di urgenza, il blocco di ogni possibile iniziativa parlamentare per effetto di reiterate fiducie mette in discussione lo stesso principio democratico nella formazione delle leggi così come disciplinato dall’articolo 70 della Costituzione, secondo cui la «funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere», delibera di non procedere ulteriormente nell’esame del provvedimento. n. 1. Zaccaria, Boato, Boccia, Sgobio.

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CALCIO: TUTTO PREVEDIBILE MARONI RIFERISCA IN PARLAMENTO

(Adnkronos) – “Il ministro dagli interni Maroni che non perde occasione per lanciare i suoi proclami e le sue ronde contro immigrati, stranieri, mendicanti e bambini rom e’ risultato del tutto impotente ieri di fronte alle impressionanti scene di guerriglia urbana che tutti i telegiornali ci hanno riportato’. Roberto Zaccaria, vicepresidente della commissione Affari costituzionali Camera dei Deputati, rincara: ‘Mentre centinaia di turisti stavano tornando dalle vacanze, le stazioni di Roma e Napoli sono state occupate e devastate da orde di giovinastri urlanti armati di spranghe e accuratamente mascherati. Interi treni sono stati requisiti ed i passeggeri costretti ad abbandonarli’. ‘Abbiamo visto scene di cittadini italiani e stranieri inorriditi e impauriti Questa e’ la sicurezza che il centro destra decanta in tutte le sedi. Questo e’ il risultato dell’intervento dell’esercito accanto alla polizia -accusa- Questa e’ la politica che si fa forte contro i poveri diavoli e lascia impunemente occupare e devastare le citta’ da bande di delinquenti. Venga il Ministro dell’interno a riferire in Parlamento e non si consoli con il fatto che in questo caso non ci sono stati ne morti, ne’ feriti gravi. Di fronte ad episodi di violenza del tutto prevedibili, le responsabilita’ di chi non ha saputo ne’ prevenire, ne reprimere sono evidenti”.

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Eluana, il PD e la destra miope

(L'Unità sabato 2 agosto) L'articolo di ieri di Miriam Mafai su Repubblica in merito alla drammatica vicenda di Eluana Englaro discussa giovedi alla Camera dei deputati deforma completamente la posizione del Partito Democratico. Innanzitutto non c'è stato silenzio. Il PD ha espresso formalmente la propria posizione all'inizio del dibattito in Aula attraverso il mio intervento, che tutti hanno potuto ascoltare e, mi creda con grande attenzione. L'intervento è stato riportato dalle agenzie ed è facilmente leggibile come sempre nello stenografico immediato della Camera. Non c'è stata astensione, perché il Partito Democratico, convinto che la proposizione del conflitto da parte del PDL fosse una mossa tattica, manifestamente infondata dal punto di vista costituzionale e chiaramente strumentale ha scelto di non partecipare al voto, comportamento che si adotta, quando il provvedimento è del tutto estraneo alle regole parlamentari. Non è un caso del resto che un simile atteggiamento sia stato tenuto anche da un gruppo non trascurabile di liberali del centro destra (Della Vedova, Chiara Moroni, La Malfa ed altri). Non c'è stata quindi nessuna “fuga del PD” dall'esame del problema, come si legge nel titolo dell'articolo di ieri. E' vero esattamente il contrario: è stata la maggioranza che attraverso la proposizione di un improbabile e rischiosissimo conflitto di attribuzioni ha messo in pratica una vera e propria “fuga dal Parlamento” dalla via maestra di una soluzione legislativa. Su questi temi delicatissimi della disciplina della fine della vita c'è stato, soprattutto al Senato nel corso della XV legislatura, un ampio dibattito che aveva anche registrato positive convergenze. Un intervento legislativo equilibrato sarebbe oggi possibile sulla base, del divieto, da un lato, di praticare ogni forma di eutanasia e, dall'altro, dell'accanimento terapeutico, si potrebbe disciplinare al contempo l'alleanza nella terapia tra medico e paziente,l'equa distribuzione delle cure palliative e l'accompagnamento terapeutico. Questi concetti sono presenti, del resto, in un ordine del giorno presentato dal PD al Senato su questa vicenda. La strada del conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale è costellata di errori di grammatica e rischia di diventare un pericoloso boomerang. Non si possono sollevare conflitti contro provvedimenti giurisdizionali non ancora definitivi e il ricorso di ieri del procuratore generale di Milano contro il provvedimento della Corte di appello ne è chiaramente la prova; non si può contestare attraverso il conflitto il diritto dovere dei giudici di pronunciarsi anche nel caso di incompletezza della norma legislativa, perché in mancanza di una legge più chiara è il giudice del caso concreto che deve bilanciare i principi fondamentali anche costituzionali (art.12 delle preleggi). Non si può in ogni caso considerare una sentenza per quanto importante della suprema corte di cassazione, alla stregua di un atto legislativo perché nel nostro ordinamento quella decisione vale solo per il caso concreto deciso e non ha alcun valore di precedente vincolante in altri casi. Ma c'è un rischio ancora più pericoloso nel voler chiamare in causa la Corte costituzionale come una sorta di Giudice di ultima istanza sulla vicenda Englaro. Il rischio estremamente concreto è che la Corte rifiuti molto presto un conflitto di attribuzioni così inconsistente e finisca col porre inevitabilmente, nella lettura mediatica, un ancor più pesante sigillo su tutta questa vicenda. Di fronte ad un atteggiamento della maggioranza così miope e così irrispettoso del ruolo proprio del Parlamento che è quello di fare le leggi e di non impedire ai giudici di fare il loro dovere, non partecipare a questa messa in scena, era il minimo che si potesse fare. Il rispetto per le istituzioni di garanzia significa anche non cercare di coinvolgerle in riti chiaramente strumentali. !

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Conflitto alla Corte sul caso Englaro: una fuga dal Parlamento

(Intervento in Aula il 31 luglio) Signor Presidente, onorevoli colleghi, sento alta la responsabilità nell'esprimere, a nome del Partito Democratico, un orientamento – sia pure di metodo – su un tema così drammatico, come quello che oggi abbiamo di fronte e che investe direttamente le coscienze degli individui e di tutti noi e che tocca una delle questioni fondamentali di ogni civile convivenza. Sul merito di un simile problema, che coinvolge la disciplina della fine della vita, che richiede un bilanciamento difficilissimo tra valori fondamentali, presenti anche nel testo costituzionale, è legittimo nutrire dei dubbi, è legittimo avere sensibilità diverse ed è legittimo che queste sensibilità diverse si trovino anche in un grande partito come il nostro, così come credo si trovino anche all'interno di altri partiti e gruppi che siedono in questa Assemblea. Nel corso della XV legislatura c'era stato, su questi temi, soprattutto al Senato, un ampio dibattito parlamentare, ed anche i successivi sviluppi nel confronto tra le parti politiche avevano condotto a significative convergenze sulla portata di un possibile ed auspicato intervento legislativo. Un intervento legislativo equilibrato avrebbe consentito con chiarezza di disciplinare, da un lato, il divieto di praticare ogni forma di eutanasia e, dall'altro, quello dell'accanimento terapeutico, realizzando al contempo l'alleanza nella terapia tra medico e paziente, l'equa distribuzione delle cure palliative e l'accompagnamento terapeutico. Tutti questi concetti sono contenuti in un ordine del giorno presentato al Senato in questi giorni dal gruppo del Partito Democratico su analoga questione. Naturalmente, nell'attesa di una più matura e completa disciplina legislativa su questi problemi, molte vicende della vita quotidiana hanno portato singole persone, famiglie e comunità scientifiche a misurarsi inevitabilmente con questi problemi, a dovere assumere, nella dura realtà di tutti i giorni, decisioni drammatiche e in alcuni casi addirittura tragiche. Al centro di una di queste vicende estremamente drammatiche si colloca la storia tragica, che tutti noi abbiamo vissuto attraverso i giornali e la televisione, di Eluana Englaro, la non meno grave tragedia vissuta dal padre di lei, investito di una doppia pesantissima responsabilità, e la tormentata vicenda giudiziaria, che ha portato, dopo ben tre procedimenti giudiziari, iniziati nel lontano 1999, dopo numerose e contrastanti pronunce giudiziarie, a una decisione della Suprema Corte di cassazione dell'ottobre 2007 e ad un successivo verdetto della corte d'appello di Milano. I tribunali e le corti, attraverso i vari gradi del giudizio, hanno assunto, con riferimento al caso concreto che loro è stato prospettato, una decisione indubbiamente di natura giurisdizionale, che i giudici, secondo le regole del nostro ordinamento, avevano l'obbligo giuridico di assumere. Anche se la regola legislativa è incompleta, i principi fondamentali in materia di interpretazione, contenuti nell'articolo 12 delle preleggi, impongono in ogni caso al giudice di pronunciare una sentenza. Quella sentenza non è una legge, ed anche se pronunciata dalla Suprema Corte di cassazione non assume nessun rilievo di carattere generale, tipico delle leggi. Non s'impone nel nostro ordinamento come un precedente assoluto e vincolante, ma esaurisce tutta intera la sua efficacia all'interno del caso concreto esaminato. La stessa Corte costituzionale – la cito perché ci rivolgiamo alla Corte costituzionale – ha chiarito molto bene le cose che ci riguardano nella sentenza n. 347 del 1998, ed anche in altre successive. La Corte ha posto con chiarezza due principi, che si devono leggere in stretta connessione tra di loro. In base al primo principio, l'individuazione di un ragionevole punto di equilibrio tra i diversi beni costituzionali coinvolti, nel rispetto della dignità della persona umana, appartiene primariamente alla valutazione del legislatore. Tuttavia – afferma la Corte in quel caso, ma si applica anche al nostro caso – nell'attuale situazione di carenza legislativa spetta al giudice ricercare, nel complessivo sistema normativo, l'interpretazione idonea ad assicurare la protezione degli anzidetti beni costituzionali. Sollevare oggi, come si pretende di fare sulla base della decisione dell'Ufficio di Presidenza, un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale contro queste decisioni della magistratura, rappresenta una risposta sbagliata in termini di metodo ad un problema estremamente serio. È sbagliata questa soluzione perché le regole sul conflitto di attribuzione ripetutamente ribadite dalla Corte costituzionale non consentono di intervenire in casi di questo genere, dove non vi è carenza di potere giurisdizionale, ma si configura solo un possibile errore in judicando, sottoponibile ad altri rimedi. È una risposta sbagliata perché rischia di fare della Corte costituzionale una sorta di giudice di appello sul caso concreto – cosa che la Corte ha sempre rifiutato – con il rischio che nell'interpretazione dei media una risposta negativa della Corte stessa appaia una conferma delle sentenze in atto. Ma è, soprattutto, una soluzione sbagliata perché rappresenta una sorta di dichiarazione di impotenza da parte del Parlamento, un tentativo improbabile e non privo di ambiguità di cercare una qualche soluzione a questo problema che non potrà arrivare al di fuori dell'organo della rappresentanza popolare. Per questi motivi, signor Presidente, onorevoli colleghi, il Partito Democratico non intende condividere un percorso che potrà rivelarsi infondato alla luce dei precedenti della Corte, e che sostituisce comunque la via maestra della soluzione legislativa affidata al Parlamento. Dichiaro pertanto che il gruppo del Partito Democratico non intende partecipare al voto sulla proposizione di questo conflitto di attribuzione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni). !

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