Unità 16 maggio 2007 – La Rai può sciogliere i contratti
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(ANSA) – L'acquisto di Endemol rappresenta 'una grande occasione per la Rai': lo sostiene l'ex presidente della tv pubblica e deputato dell'Ulivo, Roberto Zaccaria. 'L'acquisto di Endemol da parte di Mediaset e' anche una grande occasione – dice Zaccaria – che puo' permettere alla Rai di rispondere con produzione interne e indipendenti. Senza contare che naturalmente la Rai potra' valutare in che misura svincolarsi da alcuni contratti visto che Endemol e' ormai della concorrenza'. Insomma, per Zaccaria, dal punto di vista della Rai, 'non e' una sconfitta ma un'occasione per una grande risposta strategica'. !
Il dibattito sul conflitto di interessi si è ovviamente riscaldato dopo le pirotecniche uscite di Berlusconi che non consentono sfumature. O con lui o contro di lui. Sono in molti quelli seguono questa impostazione manichea senza avere neppure letto il testo. Per chi invece abbia appena guardato il testo le cose stanno in termini molto diversi, ma non per questo tranquillizzanti. Naturalmente da un altro punto di vista. L'impostazione della legge ha come fondamento una linea chiara. Visto che si parla di conflitto di interessi tra cariche di governo (nazionale, regionale e locale) e attività private, viene scartata e rinviata ad un separato provvedimento l'ipotesi dell'ineleggibilità che riguarda le cariche elettive e scelta la strada delle incompatibilità. Una volta scelta questa strada bisogna però percorrerla seriamente fino in fondo: e questo fino ad oggi non è accaduto. Non è ancora prevista una esplicita sanzione di decadenza ex lege per l'uomo di governo che prolunghi intenzionalmente e all'infinito la scelta tra le opzioni poste dalla legge e soprattutto non c'è l'obbligo chiaro di conferire ad un trust cieco e quindi irriconoscibile gli interessi economici privati di più rilevante portata. Lunedì si discuterà un altro punto importante che è rappresentato dall'art.17 e dalle misure da adottare in caso di sostegno privilegiato al candidato premier, da parte dei media di sua proprietà, durante la campagna elettorale. A quel punto sarà chiara la fisionomia complessiva della legge. !
Il 14 aprile la proposta di legge sul conflitto di interessi è calendarizzata per l'aula e l'on Berlusconi alza una barricata preventiva come spesso fa nelle materie che gli interessano direttamente – usando toni drammatici. Gli esponenti di Forza italia partecipano invece costruttivamente in Commissione alla redazione degli ultimi articoli del testo. O non funzionano i collegamenti interni o si tratta di un gioco delle parti. Le norme sul conflitto di interessi sono assai equilibrate ed andranno casomai rese più incisive. Si pone un divieto generalizzato di mescolare interessi privati con l'esercizio della funzione di Governo, a livello locale, regionale e nazionale. Vogliamo guardare assai più in là di Berlusconi. Sono previste astensioni, incompatibilità assolute e, nei casi più rilevanti, conferimento del patrimonio ad un trust cieco. Tutto questo vale per Governi di sinistra e di destra. Secondo un elementare principio di civiltà, l'uomo di governo che ha rilevanti economici, se vuole esercitare correttamente la sua funzione deve ignorare come vengono amministrati i suoi beni. Se, invece, ci tiene di più a fare l'imprenditore, allora deve semplicemente rinunciare a governare il paese, la città e le Regioni. Così avviene in tutto il mondo e non solo in America.!
Sono sempre più frequenti nel dibattito teorico, tra sociologi, scienziati della politica, filosofi, giuristi, gli interventi dedicati alla democrazia e alla crisi della democrazia. Dahrendorf, Dahal, Eisenstad, Lukas, solo per citare alcuni autori, sono frequentemente tornati su questi temi negli ultimi anni. Da noi recentemente Zagrebelsky ha scritto Imparare la democrazia per confrontare le riflessioni dei classici con i problemi del mondo contemporaneo. Non è in discussione ovviamente un modello politico che resta centrale qui come altrove, ma è innegabile che nella società in cui viviamo si presentano segni vistosi di contraddizioni rispetto a quel modello teorico. Sul terreno economico, ad esempio, si ritiene improbabile che nei paesi democratici il capitalismo e l'economia di mercato possano essere sostituiti da altri sistemi. Ma quando poi ci troviamo di fronte non solo alle patologie dei grandi crolli azionari, come Enron negli Usa o Parrmalat in Italia, ma più semplicemente alle vicende fisiologiche di un grande gruppo come Telecom e dei passaggi di proprietà che l'hanno interessato negli ultimi anni è legittimo interrogarsi sul rispetto in questi casi dei classici modelli di democrazia industriale. Non alludo tanto alle vicende ancora inspiegabili ed inspiegate delle intercettazioni illecite maturate all'interno del gruppo, quanto al fatto che in un paese nel quale esistono regole minuziose sulla disciplina delle OPA a garanzia di tutti gli azionisti, grandi e piccoli sia possibile con grande disinvoltura aggirare quei principi offrendo il controllo della società ad un prezzo (4,2 miliardi di euro) corrispondente a circa il 10 per cento del valore patrimoniale della società. Ci spiegano che tutto questo può avvenire per effetto del sistema di controllo piramidale sulla società ( le c.d. scatole cinesi), ma non ci spiegano se questa sia un'eccezione o la nuova regola. Si potrebbe continuare parlando del fatto che le grandi imprese strategiche per un paese non debbono necessariamente essere assoggettate alla proprietà pubblica, ma solo ad un efficace sistema di regole poste a presidio dell'interesse pubblico; quando però si ricorda che i principi europei in materia di separazione societaria tra rete e gestione stentano da noi a decollare nelle sabbie mobili dei contrasti tra proprietà ed authority, anziché lamentare la mancanza di regole, si condanna o si critica l'annunciato intervento di regolazione. Sul terreno dell'informazione, che costituisce ovviamente uno degli snodi centrali di un corretto funzionamento del sistema democratico, le anomalie del nostro paese hanno assunto ormai le caratteristiche di un vero e proprio controsistema totalmente scisso dai principi costituzionali. La Corte costituzionale non ha ormai più lacrime per piangere. Le sue decisioni sono state clamorosamente eluse. Nel 2004 l'Autorità delle comunicazioni ha certificato (sulla base di una legge equivoca) che il nuovo sistema di televisione digitale avrebbe reso anacronistiche le preoccupazioni intorno al nostro asfittico pluralismo ed invece il d.d.l Gentiloni nell'autunno del 2006 ha ufficialmente certificato che il sistema digitale funzionerà a regime solo nel 2012. Vorremmo sapere chi indennizzerà i cittadini per una così prolungata carenza di pluralismo e per una così evidente privazione del diritto all'informazione. Evito di svolgere considerazioni sul terreno della televisione pubblica ma sono lontano dal considerare che l'attuale modello di coabitazione alla francese nel governo della RAI, figlio indiscutibile della legge Gasparri, possa essere considerato come un prototipo esportabile di indipendenza, di efficienza e di democrazia aziendale. Si potrebbe continuare a lungo analizzando una serie di terreni sociali o anche istituzionali nei quali il modello democratico appare soggetto a forti tensioni applicative nel contrasto tra i principi teorici e la realtà delle cose. Nei giorni nei quali diviene irreversibile il processo costitutivo del partito democratico voglio concludere ricordando un altro compito che si pone con priorità nell'agenda della politica ed è quello della democrazia interna dei partiti politici. Pierluigi Castagnetti ha opportunamente presentato su questo argomento una proposta di legge già assegnata alla Commissione affari costituzionali della Camera. Si tratta di dare attuazione ad un principio contenuto nell'art. 49 della Costituzione che richiama per l'appunto il metodo democratico per regolare il concorso dei partiti alla determinazione della politica nazionale. Su questo terreno qualcosa si può fare indubbiamente sul piano legislativo, ma è ancora più rilevante il compito che, sul piano politico, si trova di fronte il partito nuovo che sta per nascere. Le percentuali di iscrizioni ai partiti (pur essendo quelli della sinistra tradizionalmente più elevate) sono irrisorie di fronte al numero considerevole dei votanti. Bisogna evitare in modo assoluto che nei partiti, e soprattutto nei nuovi partiti, si consolidi qualcosa di simile al modello delle scatole cinesi proprio delle società per azioni. Se le correnti assumeranno il ruolo improprio dei sindacati di controllo, i nuovi iscritti che tutti aspiriamo ad aggiungere potrebbero avere un potere ancora minore dei piccoli azionisti della Telecom. Ed allora avremo perso irrimediabilmente lo spirito delle primarie. Ecco dunque un terreno molto concreto di azione politica, per militanti e non, da sperimentare nei prossimi mesi. !
Signor Presidente, intervengo, a titolo personale, per dare giustificazione del mio voto di astensione in precdenza espresso sull'articolo 1 del ddl e per motivare anche il voto di astensione sull'intero provvedimento. La legge sulle intercettazioni deve rappresentare il punto di equilibrio tra diverse esigenze di natura costituzionale: l'esigenza della giustizia , quella del diritto di cronaca e la tutela della vita privata spesso compromessa dalla diffusione di intercettazioni giudizialmente irrilevanti. Quest'ultimo valore è ben tutelato nella legge dal segreto investigativo e dal potere di stralcio affidato al giudice; di questo aspetto ha parlato molto bene il collega Gambescia, al quale pertanto rinvio. Non egualmente convincente è quella parte dell'art.1 che estende il divieto di pubblicazione anche per gli atti non più coperti dal segreto investigativo. Bene si è fatto a rafforzare il perimetro del segreto predetto (in questo modo si sono tutelate le esigenze della giustizia), ma l'estensione del divieto di pubblicazione è andata troppo in là sacrificandosi con il diritto di cronaca il diritto della pubblica opinione ad essere informata. Una legge ottimale avrebbe dovuto fermarsi prima e far coincidere estensione del segreto e divieto di pubblicazione. In questo caso avrebbero avuto un senso anche le sanzioni rafforzate che si sono previste. Con la soluzione adottata invece anche l'apparato sanzionatorio appare eccessivo ed iniquo. Ecco perché si può parlare di una buona legge con un grave neo e il neo tocca purtroppo un valore fondamentale come quello della libertà di informazione Questo è il motivo, in conclusione per il quale insieme ad alcuni colleghi, come l'on Giulietti con i quali conduciamo campagne su questi temi, anche nell'ambito dell'associazione articolo21, non possiamo esprimere un voto positivo su questo disegno di legge. . . !