Siamo oggi di fronte ad un quadro istituzionale estremamente preoccupante. E’ gravissimo quanto è avvenuto ieri a Milano e privo di qualsiasi giustificazione possibile. Dopo aver espresso tutta la nostra solidarietà al Presidente del Consiglio dobbiamo riprendere il filo di un discorso sulla Costituzione che inevitabilmente si riproporrà. Non possiamo dimenticare, né rimuovere, a causa di quel che è successo nelle ultime ore, gli attacchi contro tutti gli organi di garanzia costituzionale che abbiamo sentito rinnovare ogni giorno ed anche il comizio di ieri pomeriggio. Con quegli attacchi, che certo si rinnoveranno, non solo si cerca di delegittimare apertamente la Corte costituzionale, ma tutta la magistratura. Gli stessi equilibratissimi richiami del Presidente della Repubblica vengono ignorati o considerati alla stregua di rituali considerazioni. Si sfida costantemente, grazie anche al coro dei modesti comprimari, la tenuta della nostra forma di governo. Il Presidente del Consiglio ha detto a chiare lettere che la nostra Carta costituzionale è vecchia e da modificare profondamente. Il solo potere legittimo – sempre secondo Berlusconi – è il suo in quanto attribuito dal popolo. Anche se l’affermazione è falsa, a forza di ripeterla c’è il rischio che diventi una verità inoppugnabile. Per un anno è mezzo non si è parlato alla Camera o al Senato di riforme costituzionali, mentre si sono intenzionalmente consolidate una serie di prassi parlamentari contrarie alla Costituzione. La Costituzione sostanziale, non ancora quella materiale, segna ormai un profondo distacco dalla Costituzione formale, quella scritta, e i tentativi della Corte costituzionale di ristabilire la legalità costituzionale (in primis la illegittimità del Lodo Alfano) hanno prodotto una reazione violentissima con attacchi mai visti ai quindici giudici della Consulta. Naturalmente non c’è alcuna seria intenzione di affrontare i problemi veri del nostro paese sul piano delle riforme: gli stessi interventi normativi che si potrebbero fare con legge ordinaria e che migliorerebbero notevolmente le cose (legge elettorale, legge sui partiti, conflitto d’interessi) sono ben lontani dalle intenzioni della maggioranza. Oggi sotto la spinta di un pericolosa riforma della giustizia si è ripreso il discorso sulle riforme costituzionali e la settimana scorsa al Senato si è svolto un dibattito concluso con distinte mozioni che sembra riaprire quel capitolo. Per capire meglio le cose conviene fare un passo indietro alla XV legislatura e ricordare l’atteggiamento dell’opposizione di allora. Dei tre partiti di opposizione, Forza Italia, Lega ed Alleanza nazionale, solo il primo, animato dalle nostalgie della grande riforma bocciata dal referendum, era contrario. La Lega, attratta dal modello di Senato federale era favorevole ed anche Alleanza nazionale che aveva in Bocchino uno dei due relatori, lo era. Alla fine tutti si astennero alla fine dei lavori di Commissione, ma l’on. La Russa ci tenne a dire che il testo c.d. Violante era un buon testo e che in ogni caso si sarebbe iniziato di lì nella prossima legislatura. A me quell’affermazione parve equivoca. Si lodava il testo ma si sottolineava il fatto che si sarebbe solo “iniziato” il lavoro da quella base. Per arrivare dove? Il grande assente sembrava essere il presidenzialismo che in molte parti del centro destra (ed in primis da Berlusconi) veniva visto con grande interesse. In realtà in questo primo scorcio di legislatura si è capito che le intenzioni dell’opposizione di allora ed oggi maggioranza erano ben diverse: prima si voleva procedere con la prassi parlamentare ed arrivare alle riforme solo in un secondo momento. Vediamole un po’ più da vicino queste prassi che incidono profondamente sulla forma di governo parlamentare e sul rapporto Governo-Parlamento. Cominciamo preliminarmente col dire che è perfino difficile parlare di Governo. Che cosa è diventato il Governo. Che cosa è diventata la collegialità del Consiglio dei ministri. E’ rimasta nella mente di tutti quell’espressione del Ministro dell’economia che si vantava di aver fatto approvare la manovra finanziaria del 2009 in un Consiglio durato appena 9 minuti. Tempi da Consiglio di amministrazione più che da Consiglio dei ministri. In pratica il Governo vede un solo protagonista, il Presidente, con un paio, al massimo, di Ministri significativi. Certamente il Ministro dell’economia e forse il Ministro dell’interno e il sottosegretario alla protezione civile. Ma veniamo al rapporto con il Parlamento. Violante definisce esemplare e pericoloso il triangolo: decreti, maxiemendamento e fiducia. Sono d’accordo con lui. Questo è il fenomeno più eclatante, anche se non mancano precedenti nelle scorse legislatura. Ora io vorrei porre l’attenzione su alcune prassi tipiche di questa legislatura che mi paiono particolarmente preoccupanti. In primo luogo il numero delle fiducie. In un anno e mezzo siamo arrivati a 25 fiducie nei due rami del Parlamento. Nella scorsa legislatura Prodi, in ben altre condizioni numeriche, ne aveva chieste 22 in due anni! E’ lecito chiedersi che significato abbia rendere ordinario uno strumento che la Costituzione configura come eccezionale. Il secondo elemento di attenzione è costituito dai decreti legge. In questo caso non è tanto preoccupante il numero dei decreti (50 in un anno e mezzo) quanto le caratteristiche dei decreti stessi. Da un calcolo effettuato all’interno della Camera risulta che più dell’85 per cento dell’attività normativa delle Camere è contenuta in decreti legge e leggi di conversione. Sembra che si possa dire tranquillamente che ormai non conta tanto contare i decreti quanto “pesare” gli stessi. Quasi tutte le scelte più importanti sono contenute in decreti che sono quasi sempre decreti omnibus e che contengono materie che sfuggono alla conoscenza stessa dei parlamentari. C’è di più. Nel 2008 la manovra finanziaria è stata inserita quasi interamente nel decreto-legge 25 giugno 2008, n.112, poi modificato una trentina di volte. La finanziaria vera e propria è risultata svuotata. Quest’anno si sta procedendo nello stesso modo con i decreti anticrisi che contengono le scelte più significative di finanza pubblica. Con questa tecnica normativa si pregiudica radicalmente il principio contenuto nell’art.81 Cost. che impone l’unitarietà della manovra finanziaria e di bilancio. Poche settimane fa è stato approvato lo scudo fiscale, un provvedimento contrastato e delicatissimo, contenuto nel disegno di legge di conversione di un “decreto-legge c.d. correttivo” (decreto-legge 3 agosto 2009, n. 103). Finora conoscevamo