La Camera approva in prima lettura il riconoscimento dell'italiano quale lingua ufficiale della Repubblica

Ieri, 28 marzo 2007, la Camera dei deputati ha approvato il testo unificato delle proposte di legge costituzionale di modifica dell'articolo 12 della Costituzione in materia di riconoscimento dell'italiano quale lingua ufficiale della Repubblica.
Con 361 voti favorevoli e 75 contrari, la Camera ha approvato la proposta di modifica della Costituzione della quale ero relatore: il testo passa ora al Senato. Questo il resoconto del mio intervento in Assemblea alla Camera in sede di dichiarazione finale di voto:
"Signor Presidente, questo è il secondo intervento sulla Costituzione in questa legislatura. Ricordo che alcune settimane fa, questa Assemblea, a grande maggioranza, ha avviato la procedura di revisione costituzionale in riferimento all'articolo 27 della Costituzione. Come è stato ricordato, questo è un intervento che riguarda l'articolo 12 e nasce da un'iniziativa del gruppo di Alleanza Nazionale, rammentata ora dall'onorevole La Russa. Naturalmente, in questa legislatura ci troviamo anche di fronte ad un obbiettivo che deve essere dichiarato in maniera molto esplicita. Ammoniti dalla recente esperienza referendaria – che aveva consentito interventi di ampia portata, spesso realizzati con maggioranze esigue – siamo impegnati a ricercare una convergenza sulle modifiche che toccano il quadro costituzionale. Si tratta di modifiche la cui urgenza è diversamente valutata dai soggetti proponenti e, come ho detto, questa iniziativa era stata originariamente pensata nell'ambito di un contesto derivante da precedenti legislature; l'iter è stato ricordato molto bene dall'onorevole Boato nell'ambito della discussione sulle linee generali. Quindi, non si tratta di un'iniziativa nata all'improvviso, ma che grazie al concorso di diversi soggetti poteva acquistare – a mio modo di vedere questo è avvenuto – un significato che va molto al di là dell'originario disegno. Dall'altra parte, nel momento stesso in cui dichiariamo di volere testi ampiamente condivisi, non possiamo sorprenderci poi se su questi testi convergono diverse parti dello schieramento politico con motivazioni che a volte possono essere diverse nelle loro radici ideali. È chiaro che noi non affrontiamo a cuor leggero revisioni della Costituzione, sappiamo, infatti, che quest'ultima è stata modificata oltre trenta volte attraverso interventi di revisione – trentasette volte, per la verità – e attraverso leggi costituzionali trentaquattro o trentacinque volte: quindi, abbiamo alle spalle esperienze molto significative in questi sessant'anni di esperienza costituzionale. Interventi che hanno riguardato anche la prima parte, perché lo stesso articolo 10 della Costituzione ha visto una legge costituzionale che ne ha modificato in parte il significato. È venuta spesso fuori, nel corso della giornata di oggi e durante la discussione sulle linee generali, la considerazione: che bisogno c'era di scrivere questa norma se non l'hanno scritta i padri costituenti nel 1948? Nel 1948 vi era una realtà diversa nel paese e semmai vi era l'esigenza, di fronte ad un certo uso che è stato fatto della lingua e ad una certa considerazione anche sul piano normativo che era stata fatta di questo fenomeno, di difendere in modo prioritario le minoranze. Da lì nascono le norme, in particolare quella presente nell'articolo 6, ma anche quelle contenute nell'articolo 2 e nell'articolo 3 della Costituzione, che fanno riferimento a questa realtà articolata e complessa e che parlano del pluralismo e dei pluralismi. Questo nel nostro paese è stato affermato. Con riferimento alle autonomie speciali tutto ciò è stato poi ribadito negli statuti e nelle leggi costituzionali che si riferiscono a queste autonomie.
Noi dobbiamo quindi dire con franchezza che la norma che stiamo varando oggi non poteva essere la stessa norma che si sarebbe scritta nel 1948, perché allora vi erano esigenze storiche e politiche diverse nel paese. Oggi, noi abbiamo una necessità diversa, una necessità che non abbiamo sentito soltanto nel nostro paese. Molti paesi europei, lo hanno ricordato in tanti, anche con motivazioni diverse, hanno introdotto norme di uguale tenore sostanzialmente in relazione ad un fatto storico di grande portata, il processo di costruzione europea, è stato proprio quel processo a far emergere l'esigenza di dare un significato anche a questo elemento. Tra i vari interventi che ho sentito oggi ho colto una breve, sintetica, ma, a mio modo di vedere, significativa espressione di un'atleta che oggi siede in Parlamento, l'onorevole Di Centa, che ha detto: quando sono nella mia terra o mi confronto tra altri italiani ho l'orgoglio di parlare la mia lingua regionale, di esprimermi con parole che mi sono proprie in questo contesto. In questo ha perfettamente ragione. Ha detto anche, però, che quando partecipava alle gare di livello internazionale sentiva la necessità, impellente, di utilizzare la lingua italiana. Non è un caso, infatti, che, quando capita di vincere qualche gara, venga sventolata la bandiera nazionale. Oggi, in questo momento storico, chi non riesce a cogliere questo elemento a mio modo di vedere compie un errore. Qualche tempo fa, il 15 febbraio, il Corriere della sera titolava un suo articolo «Difendere l'italiano nelle istituzioni comunitarie». Era un accenno ad una sparuta manifestazione di alcuni italiani che cercavano di arrivare al Presidente della Repubblica. Il sostegno, diceva in quel caso da Strasburgo l'articolista, del Presidente della Repubblica alla fine lo hanno avuto; Giorgio Napolitano si è schierato in difesa dell'uso dell'italiano nelle istituzioni comunitarie. Si tratta di una piccola notiziola, che forse non dovrebbe avere neanche il rilievo della sottolineatura, ma più che a questa notiziola vorrei dare risalto ad un passaggio contenuto in un altro articolo del Corriere della sera, questa volta a firma di Francesco Sabatini. Sabatini è uno dei tre professori dell'Accademia della Crusca che hanno consegnato quelle quattro paginette, che voi potete trovare anche sul sito Internet dell'Accademia, che in molti di noi hanno determinato un cambiamento di ottica su questo problema. Sono pagine significative ed emblematiche. Francesco Sabatini dice: «Nel seminario alla Bocconi sul multilinguismo in Europa relatori di otto paesi hanno confermato che rifioriscono le lingue nazionali. Nessuno nega il bisogno di una lingua mondiale che, almeno per ora, è l'inglese, ma si riconosce ormai che questo strumento di comunicazione tra tutti i popoli del globo non è sufficiente; anche quella ipotesi di mondializzazione, di globalizzazione linguistica che avviene attraverso la lingua inglese (gli stessi inglesi non riconoscono più quella lingua, che loro non appartiene e, infatti, nei convegni internazionali, amano differenziarsi), ma» dice ancora Sabatini «stiamo riscoprendo la funzione vitale delle lingue nazionali, anche in presenza di una lingua irradiata su tutto il pianeta. Si ripensano, perciò, i progetti di insegnamento delle lingue, evitando i propositi di massiccio ed esclusivo insegnamento di un inglese perfetto». Credo che sia questa la prospettiva nella quale collochiamo, nella Costituzione, oggi, il riferimento alla lingua italiana. Si tratta di un riferimento che avviene, ed è importante rilevarlo, grazie ad un'intesa in Commissione sulla formulazione, che è stata ripetuta più volte, ma è breve e sintetica, come devono essere le formule costituzionali, ossia che «l'italiano è la lingua ufficiale della Repubblica nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione e dalle leggi costituzionali». Ho concluso, signor Presidente. Noi non l'avremmo scritta così e non l'avrebbero scritta così i padri costituenti, ma la formula «(…) nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione e dalle leggi costituzionali» vuole preservare tutte quelle esigenze di pluralismo alle quali oggi alcuni hanno fatto riferimento. Questa è l'intenzione di chi ha scritto questa norma: non volevamo «calare un coperchio» sulla ricca realtà del nostro paese, ma soltanto proporre un'indicazione che collocasse l'Italia nel contesto internazionale, dotata di un simbolo di unificazione. Ha detto, e concludo su questo aspetto, il presidente Violante, nell'introdurre la discussione sulle linee generali, che siamo in un paese in cui, in qualche modo, vive il pluralismo, a volte frantumato, ed a volte anche con elementi di disgregazione. Cercare, in questi contesti, momenti di unità può essere un valore che rilancia con forza tutto il nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo)."

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