4
novembre 2017

1- Premessa. Credo che sia necessaria qualche rapida precisazione introduttiva per affrontare in una prospettiva costituzionale il tema del dissenso. In prima approssimazione credo che sia giusto escludere dal perimetro della nostra attenzione tutte quelle forme di dissenso, di pensiero critico ed anche di disobbedienza che si manifestano e spesso si esauriscono nei rapporti tra soggetti privati, non collocati in una posizione di particolare supremazia. Credo che sia giusto escludere dell’indagine anche il capitolo dell’ingiuria e della diffamazione, non solo per questa impostazione, ma perchè costituiscono figure di reato con una fisionomia precisa e con una giustificazione costituzionale consolidata.
Il dissenso che in questa sede particolarmente interessa è quello di natura politico-ideologica che si configura prevalentemente nel rapporto tra individuo e autorità, tra privati e istituzioni, tra governanti e governati, tra singoli o formazioni sociali ed esponenti del potere costituito e che ha per oggetto la critica più o meno energica nei confronti del pensiero ufficiale, dell’ideologia prevalente o meglio di quella dominante. I rapporti di questo tipo sono di carattere prevalentemente pubblicistico, anche se non sempre si tratta di rapporti tra privati ed istituzioni dello Stato, ma si estendono fino a comprendere una nozione più ampia di istituzioni sociali. Il dissenso che ci interessa può rivolgersi verso un ordine, verso un sistema di valori e manifestarsi in divergenze, a volte anche profonde e radicali, di ordine teorico e ideologico.
A seconda delle situazioni il dissenso può acquistare i connotati di una critica vivace e serrata, in primo luogo verso i rappresentanti di queste istituzioni, verso chi governa, soprattutto verso le pubbliche autorità, ma anche verso chiunque possa considerarsi artefice o responsabile di un determinato ordine politico, sociale, religioso dominate in un determinato momento storico. Spesso i contrasti di natura politico-ideologica avvengono non solo tra i partiti e lo Stato, ma anche “tra” i diversi partiti e così anche tra i sindacati o tra le confessioni Il dissenso politico ideologicoreligiose e via dicendo. Spesso questo tipo di contrasto può avvenire all’interno degli stessi partiti o dei sindacati o delle confessioni religiose. Si parlava in passato di cattolici del dissenso per alludere a contrasti all’interno di quella confessione religiosa.
(Segue)

31
ottobre 2017

Stiamo aggiornando il sito.
Benvenuti

9
ottobre 2016

da IL FATTO QUOTIDIANO del 9 ottobre 2016 pag.8

La struttura informativa dei telegiornali, che osserviamo in questi primi giorni di campagna elettorale vera e propria sul referendum, proprio non va. Il premier, che ha dichiarato di non voler personalizzare il referendum, ogni giorno va in giro per l’Italia, e non solo, a fare campagna elettorale. Mi pare che qualcuno abbia parlato di circa 200 appuntamenti programmati da qui al 4 dicembre. Indubbiamente un bel sistema per spersonalizzare! Quegli appuntamenti non servono solo a convincere i presenti, ma servano soprattutto per “rimbalzare” sui telegiornali “notizie” del Governo, confezionate essenzialmente a favore del SI.
Non me ne voglia il Direttore, ma vorrei prendere ad esempio il TG1 che essendo il giornale di punta del Servizio pubblico dovrebbe costituire un esempio di equilibrio. Qui non c’entra la par condicio che ancora non è iniziata. C’entra quell’elementare obbligo di pluralismo che, come la Consulta ha detto, c’entra sempre e soprattutto a ridosso delle scadenze elettorali e referendarie più importanti.
Il modo di eludere la par condicio non è nuovo, lo aveva insegnato benissimo Berlusconi e che faceva le sue campagne elettorali nell’anno precedente (come nel 2.000): acquistava un bel vantaggio e poi andava in campagna elettorale a mani basse. Mi pare che stia accadendo lo stesso ora, anche se il tema non è quello di andare in vantaggio, ma è quello di “recuperare” lo svantaggio. In pratica non è molto diverso.
Torniamo al TG1 di questi giorni ed osserviamo la struttura delle notizie. Già nei titoli si richiama con evidenza una presenza del presidente del Consiglio in qualche parte del Paese, una lezione alla scuola del PD, una inaugurazione a Napoli, un discorso a Torino e così via. In ognuna di queste occasioni il servizio del TG è di ampia durata (almeno 2 minuti), come si conviene ad un intervento del Governo. Non solo c’è il giornalista che illustra, con enfasi, il discorso di Renzi, ma ampi stralci sono “dal vivo”, con selezionate frasi ad effetto. Anche la scenografia è curata, come alcuni giorni fa alla scuola PD, quando il premier era inquadrato con la sfondo (casuale) del logo di Basta un SI.
Significativa è anche la struttura del discorso: si parla di Europa, di migranti, di giovani, dei progressi in economia, dei vari bonus e poi l’immancabile conclusione: con il referendum ci giochiamo tutto questo, addirittura per i prossimi vent’anni. Il servizio nel suo complesso dura più di due minuti, l’appello finale dura una decina di secondi. Come si conteggerà ai fini della par condicio? Due minuti e mezzo o dieci secondi o niente, dato che quello è uno spazio dedicato alle notizie (?) del Governo.
E’ interessante anche commentare il servizio, questa volta equilibratissimo nei tempi, dedicato al referendum. Poco più di un minuto. In compenso i tempi sono equamente distribuiti tra il si ed il no.
C’è però da osservare la confezione. Il Si, in genere, è descritto come un fonte omogeneo e compatto, con autorevoli testimonial economici, finanziari, internazionali preoccupati per quella stabilità che solo il Si potrà assicurare. Il fronte del No è, invece, presentato come un fronte eterogeneo (quando non come una vera e propria armata Brancaleone) ed i suoi testimonial sono costantemente identificati in Brunetta, Salvini ed ora anche in D’Alema (nonostante che lui abbia detto esplicitamente di non volersi confrontare con Renzi).
E’ evidente che se questa impostazione informativa dei TG continuasse, la partita non sarebbe certamente ad armi pari. La par condicio deve ancora cominciare e quando entrerà in vigore potrebbe essere troppo tardi.
Noi confidiamo nell’arbitro che la legge ha previsto cioè l’Agcom. Guarderemo con attenzione ai suoi dati ed ai suoi interventi. Certo è un errore aver previsto, all’inizio un periodo di rilevamento dei dati, di ben due settimane: è troppo lungo per poter effettuare efficaci interventi correttivi.
Noi, con il Comitato del No, metteremo in piedi un piccolo osservatorio sui TG e sul rispetto della par condicio che guarderà ogni giorno il comportamento dei principali TG e lo spazio dedicato al SI e al NO e soprattutto lo spazio dedicato al Governo.
Non vorremmo proprio che dopo tutto il peso che il Governo si è attribuito durante la formazione della riforma costituzionale, ora, durante la campagna referendaria, qualcuno pensasse sapientemente di tenerlo artificiosamente fuori dai conteggi per la par condicio! Sarebbe proprio una beffa!

31
agosto 2016

Da oggi disponibile “La Costituzione spezzata” di Andrea Pertici (LINDAU).Il Fatto quotidiano mercoledì 31 agosto 2016. (Parte della Prefazione di Roberto Zaccaria). Spostare il quesito e soprattutto la ragione principale della risposta in un consenso o meno sull’azione di Governo è indubbiamente un grave errore, ma un errore o una deformazione non meno grave è quella di “riassumere” la riforma in alcuni principi che non corrispondono affatto al contenuto delle disposizioni che la caratterizzano.
Questa comunicazione, a prescindere dalla buona fede di chi la compie, può diventare, se non un inganno, certamente uno sviamento o un travisamento della realtà.
Non mi soffermo in modo particolare sull’equivoco che accompagna il messaggio sulla riduzione dei costi della politica che vengono rappresentati come rilevanti ed invece sono assolutamente marginali e sui quali fornisce risposte molto ben documentate questo libro di Pertici.
M’interessa fare solo un rapido accenno al tema della semplificazione dei processi normativi sul quale si esercitano, nella comunicazione pubblica, improvvisati costituzionalisti di non ben identificate Università. Quest’affermazione contiene ben due errori in uno stesso contesto. In primo luogo quello di considerare la semplificazione del processo normativo costituzionale un valore in sé positivo, mentre tutti riconoscono che viviamo in una società complessa che esige raffinate procedure di sintesi. In secondo luogo dire che questa riforma semplifica il processo normativo è un radicale capovolgimento della realtà, visto che sostituisce al classico ed unico procedimento che tutti conosciamo (art.70 Cost.), la bellezza di almeno sette procedimenti inquadrati in una vera corsa ad ostacoli che probabilmente finirà davanti alla Corte costituzionale.
L’ultimo equivoco sul quale Pertici richiama l’attenzione è quello rappresentato dalle dichiarazioni molto decise sul fatto che la riforma costituzionale non toccherebbe in alcun modo il tema della forma di Governo: infatti si dice che non è formalmente affrontato il capitolo costituzionale che la riguarda.
Niente è più inesatto di questa affermazione. La forma di governo non è infatti trattata nel solo titolo III della seconda parte, ma in varie parti della Costituzione ed anche in alcune importanti leggi ad essa collegate. Basterebbe fare l’esempio della legge elettorale e, perché no, anche dalla legge che disciplina la “governance” della televisione pubblica, per capire che il discorso è un poco più complesso.
La forma di governo si basa evidentemente sul peso dei diversi organi costituzionali non solo in sé ma anche nei rapporti reciproci. Ebbene volendoci limitare solo al ruolo del Governo in Parlamento, sia pure con riferimento specifico al capitolo della produzione normativa, è difficile negare che questo ruolo risulti molto accentuato e di converso ridotto quello del Parlamento.
Tutti sanno che nella situazione attuale, a causa di una serie di patologie, collegate a decreti legge, maxiemendamenti e fiducie, il Governo abbia un peso già molto rilevante nella creazione delle fonti normative.
Dopo questa riforma il Governo avrà una forza ancora maggiore rispetto al periodo precedente.
Restano inalterate alcune sue prerogative nella possibilità di ottenere deleghe, con principi e criteri direttivi che la prassi ha reso sempre più evanescenti e nella possibilità di chiedere la fiducia a ripetizione su un numero enorme di provvedimenti.
Si aggiungono importanti novità che certamente avvantaggiano il Governo. In primo luogo si dispone che la fiducia debba essere richiesta ad una Camera soltanto e per l’appunto a quella dove la legge elettorale (che potrebbe cambiare ma che comunque è molto recente) gli attribuisce una sicura e fidata maggioranza.
In secondo luogo se il Governo avrà alcuni limiti maggiori nell’utilizzazione dei decreti legge (nuovo art.77) avrà per contro la possibilità di utilizzare il “voto a data certa” o la cd “corsia preferenziale” (art.72, ultimo comma). Si stratta di uno strumento del tutto nuovo che la norma costituzionale appena introdotta rimette sostanzialmente alla discrezionalità dell’Esecutivo, senza idonei contrappesi a favore del Parlamento e delle opposizioni.

Il Fatto quotidiano mercoledì 31 agosto 2016

9
maggio 2016

56 Costituzionalisti documento sulla riforma costituzionale – 18 4 16
Premessa: Secondo l’art.138 Cost. il referendum serve per raccogliere le valutazioni dei CITTADINI, che devono esprimersi in prima persona, aldilà degli schieramenti partitici e governativi, sulle modifiche alla Costituzione approvata nel 1948.
Nei giorni scorsi 56 costituzionalisti hanno diffuso un documento intitolato (allegato) “Sulla riforma costituzionale” che così si conclude:”Per tutti i motivi esposti, pur essendo noi convinti dell’opportunità di interventi riformatori che investano l’attuale bicameralismo e i rapporti fra Stato e Regioni, l’orientamento che esprimiamo è contrario, nel merito, a questo testo di riforma”. Come firmatario del documento mi permetto di sintetizzare alcuni di quei motivi
1) Consenso ridotto in Parlamento. Si era detto – anche da parte dell’attuale Presidente del Consiglio – che riforme molto ampie della Costituzione avrebbero dovuto raccogliere un consenso molto ampio in Parlamento, come avvenne alla Costituente. Questo non è avvenuto e in alcuni passaggi si è perfino invocata la disciplina di partito o di maggioranza per convincere le minoranze.
2) Forma discutibile. Tenere distinti: Governo e Costituzione. La riforma è scritta male e stona rispetto al bellissimo testo originale della nostra Costituzione. Il Governo ha avuto un ruolo eccessivo, rispetto alla Costituente, quando il Governo si astenne dal condizionare i lavori. Il Governo ora vuole condizionare anche il giudizio referendario, ponendo una fiducia impropria sul risultato. “Se non vince il SI vado a casa”.
3) Senato troppo debole. Regioni indebolite. C’è un’evidente asimmetria tra Camera e Senato. La seconda Camera è squilibrata tra composizione e competenze. Rappresenta le autonomie regionali che nel frattempo sono state quasi azzerate. E’ un “dopolavoro” di consiglieri regionali che non bilancia la prima Camera e sarà inevitabilmente controllata dai partiti (attraverso i gruppi) più che dalle Istituzioni territoriali.
4) Troppi procedimenti legislativi. Prima c’era un procedimento legislativo semplice e ordinato. Si dice di voler semplificare.Con le modifiche introdotte, anziché snellire il processo di formazione delle leggi, lo si complica. Si sono sostituiti almeno sette diversi procedimenti legislativi ed aumenterà inevitabilmente il contenzioso costituzionale.
5) Troppo forte il Governo in Parlamento. Finora il Governo aveva già un peso molto forte in Parlamento. Ora le cose peggiorano. Per effetto della legge elettorale il Governo potrà contare su di una maggioranza amplissima alla Camera ed anche nel Parlamento in seduta comune (che ne costituisce una sorta di propaggine). Potrà continuare a fare i decreti legge e disporrà di una corsia preferenziale per fare le leggi che giudica “essenziali”. Il Parlamento composto in gran parte da “nominati” (preoccupati della rielezione che dipende dal “capo”) non avrà la possibilità di bilanciarne i poteri.
6) Indeboliti gli organi di garanzia. Presidente della Repubblica, Corte costituzionale e CSM escono più deboli per effetto di questa riforma. Risultano soprattutto compromessi i meccanismi di elezione.

25
marzo 2016

Campagna_CIR
Migliaia di persone fuggono da guerre e violenza…….molte perdono la vita.
Non è giusto alzare muri …..
Ma garantire, a chi chiede asilo, protezione e percorsi d’integrazione, rapidi e sicuri: accoglienza ai bambini non accompagnati, lingua italiana, lavoro.
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12
marzo 2016

Secondo l’art.138 Cost. il referendum serve per raccogliere le valutazioni dei CITTADINI, che devono esprimersi in prima persona, aldilà degli schieramenti partitici e governativi, sulle modifiche alla Costituzione approvata nel 1948.

1) Consenso ridotto in Parlamento. Si era detto – anche da parte dell’attuale Presidente del Consiglio – che riforme molto ampie della Costituzione avrebbero dovuto raccogliere un consenso molto ampio in Parlamento, come avvenne alla Costituente. Questo non è avvenuto e in alcuni passaggi si è perfino invocata la disciplina di partito o di maggioranza per convincere le minoranze.
2) Forma discutibile. Tenere distinti: Governo e Costituzione. La riforma è scritta male e stona rispetto al bellissimo testo originale della nostra Costituzione. Il Governo ha avuto un ruolo eccessivo, rispetto alla Costituente, quando il Governo si astenne dal condizionare i lavori. Il Governo ora vuole condizionare anche il giudizio referendario, ponendo una fiducia impropria sul risultato. “Se non vince il SI vado a casa”.
3) Senato troppo debole. Regioni indebolite. C’è un’evidente asimmetria tra Camera e Senato. La seconda Camera è squilibrata tra composizione e competenze. Rappresenta le autonomie regionali che nel frattempo sono state quasi azzerate. E’ un “dopolavoro” di consiglieri regionali che non bilancia la prima Camera e sarà inevitabilmente controllata dai partiti più che dalle Istituzioni territoriali.
4) Troppi procedimenti legislativi. Prima c’era un procedimento legislativo semplice e ordinato. Si dice di voler semplificare.Con le modifiche introdotte, anziché snellire il processo di formazione delle leggi, lo si complica. Si sono sostituiti almeno sette diversi procedimenti legislativi ed aumenterà inevitabilmente il contenzioso costituzionale.
5) Troppo forte il Governo in Parlamento. Finora il Governo aveva già un peso molto forte in Parlamento. Ora le cose peggiorano. Per effetto della legge elettorale il Governo potrà contare su di una maggioranza amplissima alla Camera ed anche nel Parlamento in seduta comune (che ne costituisce una sorta di propaggine). Potrà continuare a fare i decreti legge e disporrà di una corsia preferenziale per fare le leggi che giudica importanti. Il Parlamento composto in gran parte da “nominati” (preoccupati della rielezione che dipende dal “capo”) non avrà la possibilità di bilanciarne i poteri.
6) Indeboliti gli organi di garanzia. Presidente della Repubblica, Corte costituzionale e CSM escono più deboli per effetto di questa riforma. Risultano soprattutto compromessi i meccanismi di elezione.

10
febbraio 2016

Il progetto “Ponti non muri”, sponsorizzato dal Gruppo Unipol, mira a garantire l’ingresso legale e sicuro dei rifugiati in Italia e in Europa, attraverso attività di advocacy nei confronti delle Istituzioni nazionali ed europee e attraverso l’organizzazione di eventi diretti alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
L’attuale sistema comune europeo di asilo voluto dal Trattato rappresenta un impianto di protezione regionale avanzato, ma è inadeguato per far fronte alle nuove sfide migratorie e ai numerosi conflitti che imperversano in molte parti del globo, in particolare in Siria, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale.
Le strazianti foto dei morti che galleggiano in mare, dei piccoli corpi senza vita raccolti da mani pietose sulle spiagge delle vacanze, degli assalti ai treni e delle marce a piedi di migliaia di migranti (una rievocazione del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo) hanno offerto nuove immagini per descrivere l’aspra realtà degli esodi che stanno interessando in questi mesi l’Unione europea. Sembra che queste immagini abbiano finalmente scosso le coscienze dell’opinione pubblica e di alcuni Stati membri.
Nonostante il susseguirsi di ripetuti vertici internazionali, persiste l’incapacità di adottare un piano europeo e regole comuni per una gestione efficace e duratura dei flussi migratori. In questi ultimi mesi si è registrato un innalzamento del livello di tensione tra gli Stati membri, tra quelli che vogliono accogliere un maggior numero di migranti e di richiedenti asilo e quelli, invece, che non esitano ad erigere muri, fili spinati, barriere di ogni tipo, al fine di bloccare e respingere le persone in fuga dai loro paesi a causa di persecuzioni, di guerre, di massicce violazioni dei diritti umani e anche per le drammatiche condizioni di vita.
Ancora una volta i leader europei continuano ad attardarsi in polemiche surreali sull’ammissione di poche decine di migliaia di rifugiati in tutta l’UE, allorché la sola Turchia ne ha già accolti oltre 1.800.000 e il Libano 1.200.000 oltre a quelli che in misura più che doppia sono ospitati nei campi provvisori. Ancora una volta il bisogno di protezione dei rifugiati rischia di essere sopraffatto dagli egoismi nazionali.
L’adozione di meccanismi d’ingresso protetto potrebbe, invece, ridurre considerevolmente il numero di persone costrette ad intraprendere viaggi della speranza ogni giorno più pericolosi attraverso il deserto ed il mare Mediterraneo. L’ingresso protetto potrebbe evitare di rivolgersi a trafficanti senza scrupoli che, con inquietante e crescente efferatezza, non esitano a torturare, ad uccidere, rimanendo spesso impuniti per gli ignobili crimini commessi. Queste nuove forme d’ingresso potrebbero forse smuovere anche una comunità europea ancora molto divisa tra Stati membri interventisti e quelli che preferiscono voltarsi dall’altra parte, trincerati dietro ai propri interessi e agli egoismi nazionali. Ponti non muri: garantire l’accesso alla protezione nell’Unione europea.
Questa pubblicazione illustra diffusamente alcuni strumenti di protezione che sono stati già utilizzati e che possono essere attivati per assicurare ai richiedenti asilo l’accesso legale e protetto nell’Unione europea.
Nel corso degli ultimi vertici europei si è preso in considerazione solo il reinsediamento, mentre il CIR e le altre organizzazioni italiane ed europee, specializzate nel settore dell’immigrazione e dell’asilo, avrebbero auspicato delle proposte più coraggiose da parte della Commissione europea verso altri strumenti come, ad esempio, il rilascio di visti per motivi umani tari e quelli a validità territoriale limitata, le procedure d’ingresso protetto o l’attivazione della Direttiva sulla protezione temporanea.
Nella presente pubblicazione, gli autori hanno voluto descrivere come sono stati messi in pratica i vari strumenti relativi all’accesso legale e protetto, da attivarsi dall’estero, prima dell’arrivo dei richiedenti asilo in Europa, e analizzare i vari aspetti di questi meccanismi di protezione.
Nell’ultimo capitolo sono state fatte delle proposte volte al cambiamento e ad un approccio che non sia di chiusura e di esclusione, ma di effettiva condivisione degli oneri e delle responsabilità tra gli Stati membri, e di una maggiore solidarietà nei confronti dei paesi terzi.
La pubblicazione è stata curata per il CIR dalla responsabile dell’ufficio legale Maria de Donato Cordeil e dal Portavoce Christopher Hein con la collaborazione di: Assunta STIFANO

24
dicembre 2015

Ieri il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva, in un clima prenatalizio caratterizzato da una malcelata indifferenza, la legge che disciplina l’assetto di vertice della Rai. Una brutta legge che non affronta i nodi principali dell’assetto radiotelevisivo pubblico e che disegna la nuova Rai come una sorta di Dipartimento della Presidenza del Consiglio.
I principali quotidiani hanno relegato la notizia nelle pagine interne e molti di loro, per renderla attraente, hanno ritenuto di “condirla” con la previsione economica del gettito del nuovo canone (+420 milioni) riscosso in bolletta e derivante da un’altra legge (quella di Stabilità). Una sorta di eterogenesi dei fini.
L’assimilazione del nuovo assetto Rai con quello di un Dipartimento della Presidenza non deve suonare affatto dispregiativo né per la Pubblica amministrazione, né tanto meno per gli uomini e le donne chiamati a guidare la Rai. Innanzitutto perché ci sono dipartimenti della PA di primissima qualità retti da eccellenti “servitori dello Stato” che meritano la massima ammirazione e che “governano” importanti, anzi, decisivi settori della vita del paese. I nuovi vertici della Rai e in particolare la Presidente e il DG, ora ribattezzato AD, hanno “curricula” di tutto rispetto e certamente governeranno al meglio la radiotelevisione pubblica nei prossimi anni.
Il problema è un altro. Non è qui in discussione la capacità delle persone, ma la bontà di un assetto. La predisposizione o meno di “regole” adeguate per governare una televisione pubblica in una fase di transizione estremamente delicata.
Le parole chiave, i principi, che dovevano essere declinati dalla legge sono tra i più impegnativi: autonomia, indipendenza, pluralismo. Questi principi non rappresentano qualità individuali, ma devono essere assicurati, garantiti dal disegno della struttura. In questa legge proprio non si vedono. Nessuno chiede ad un Dipartimento dello Stato di assicurare questi valori, ma alla televisione pubblica si.
Si provi a dare un’occhiata all’assetto dei principali paesi europei e si faccia un confronto serio e leale: mi permetto di dubitare che si possano trovare analogie con il modello italiano.
Naturalmente auguro a chi governerà la Rai di questi anni i migliori successi, ma credo che questo difetto d’impostazione peserà non poco nella vita successiva dell’azienda. La complessità sociale esiste, soprattutto nel campo delle idee ed esiste la necessità di governarla con regole appropriate. Una cosa è certa: questa complessità non potrà mai essere eliminata per legge. La dipendenza dal Governo, la semplificazione decisionale, la concentrazione dei poteri in questo campo più che vantaggi costituiscono degli handicap. Posso sbagliarmi, ma guardandomi intorno non credo proprio!

15
dicembre 2015

14 dicembre 2015 – Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) e la Federazione Italiana Pallacanestro (FIP) hanno firmato un protocollo d’intesa per la promozione di iniziative sulle tematiche dei rifugiati e richiedenti asilo.
Una collaborazione che inizia in un momento particolarmente importante, in cui l’Italia e l’Europa si stanno confrontando con le sfide imposte dall’attuale crisi di rifugiati. Centinaia di migliaia di persone continuano, ormai da tempo, a giungere in Europa, in Italia, in fuga da conflitti, persecuzioni e violenze. Molte di loro perdono la vita nei viaggi che intraprendono per cercare protezione nel nostro continente. Le dimensioni, la continuità e le condizioni drammatiche delle persone forzate a spostarsi ci impongono di trovare nuove strategie per promuovere e favorire la loro protezione, accoglienza e integrazione.
“Siamo veramente felici dell’intesa che abbiamo siglato con la FIP, perché crediamo che mai come in questo momento lavorare a favore dei rifugiati significhi cambiarne la percezione attraverso il coinvolgimento della società civile. Abbiamo il dovere di creare un clima di comprensione e accoglienza che favorisca la protezione in Italia e in Europa di chi è costretto alla fuga e che contrasti le troppe spinte xenofobe e razziste” dichiara Roberto Zaccaria Presidente del CIR.
“Saremo al fianco del presidente Zaccaria e del CIR in questa considerevole sfida che vede tutti, direttamente o indirettamente, impegnati -afferma il Presidente della FIP Giovanni Petrucci- La FIP ha una rete capillare ed omogenea sul territorio, e promuove la pallacanestro come momento educativo e formativo per i nostri ragazzi e le nostre ragazze contribuendo così ad accrescerne la consapevolezza come cittadini. Sentiamo di porter dare un contributo sostanziale per un cambiamento anche culturale, oramai non più differibile”.
La FIP sarà in questo percorso un partner strategico. Seconda Federazione sportiva in Italia per tesserati ha nella sua missione anche la promozione dell’attività sportiva come punto di riferimento per l’educazione dei giovani. La FIP è infatti da tempo impegnata nella promozione di attività di ampia portata sociale attraverso lo sport; il suo supporto a favore del CIR permetterà di realizzare eventi, diffondere campagne, sensibilizzare e creare specifici progetti.

23 novembre Serata degli Amici del CIR. Nel corso della serata, alla quale hanno partecipato circa 200 persone, sono stati premiati i vincitori della seconda edizione del concorso Fammi vedere. Il titolo del vincitore è Frontiers. L’autore è Hermes Mangialardo.https://youtu.be/rCx6c9L49Ag
Si tratta di un film di animazione di 2 minuti che racconta con straordinaria poesia il dramma dei muri e delle barriere visto con gli occhi dei bambini. Sul canale Youtube Roberto Zaccaria Cir è possibile vedere anche la presentazione del CIR https://youtu.be/tM9sAz705NU e gli altri finalisti. Il secondo premio è stato riportato da Sentimenti e desideri di un rifugiato di Gabriele Pangallo Finalista Concorso CIR 2015 e il terzo classificato Il rifiuto di Souleymane Dia I video, insieme ai due fuori concorso Jasmine di Luigi Mantuano e Onedayinjuly di H. Mangialardo sono visibili sul canale Youtube Roberto Zaccaria Cir.

Questo è il video vincitore della seconda edizione del concorso Fammi vedere. Il titolo è Frontiers di Hermes Mangialardo.

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