Deputato al Parlamento eletto nella lista del Pd Lombardia I (XVI Leg.) Vice presidente della I Commissione Affari Costituzionali
29
marzo 2007

Ieri, 28 marzo 2007, la Camera dei deputati ha approvato il testo unificato delle proposte di legge costituzionale di modifica dell'articolo 12 della Costituzione in materia di riconoscimento dell'italiano quale lingua ufficiale della Repubblica.
Con 361 voti favorevoli e 75 contrari, la Camera ha approvato la proposta di modifica della Costituzione della quale ero relatore: il testo passa ora al Senato. Questo il resoconto del mio intervento in Assemblea alla Camera in sede di dichiarazione finale di voto:
"Signor Presidente, questo è il secondo intervento sulla Costituzione in questa legislatura. Ricordo che alcune settimane fa, questa Assemblea, a grande maggioranza, ha avviato la procedura di revisione costituzionale in riferimento all'articolo 27 della Costituzione. Come è stato ricordato, questo è un intervento che riguarda l'articolo 12 e nasce da un'iniziativa del gruppo di Alleanza Nazionale, rammentata ora dall'onorevole La Russa. Naturalmente, in questa legislatura ci troviamo anche di fronte ad un obbiettivo che deve essere dichiarato in maniera molto esplicita. Ammoniti dalla recente esperienza referendaria – che aveva consentito interventi di ampia portata, spesso realizzati con maggioranze esigue – siamo impegnati a ricercare una convergenza sulle modifiche che toccano il quadro costituzionale. Si tratta di modifiche la cui urgenza è diversamente valutata dai soggetti proponenti e, come ho detto, questa iniziativa era stata originariamente pensata nell'ambito di un contesto derivante da precedenti legislature; l'iter è stato ricordato molto bene dall'onorevole Boato nell'ambito della discussione sulle linee generali. Quindi, non si tratta di un'iniziativa nata all'improvviso, ma che grazie al concorso di diversi soggetti poteva acquistare – a mio modo di vedere questo è avvenuto – un significato che va molto al di là dell'originario disegno. Dall'altra parte, nel momento stesso in cui dichiariamo di volere testi ampiamente condivisi, non possiamo sorprenderci poi se su questi testi convergono diverse parti dello schieramento politico con motivazioni che a volte possono essere diverse nelle loro radici ideali. È chiaro che noi non affrontiamo a cuor leggero revisioni della Costituzione, sappiamo, infatti, che quest'ultima è stata modificata oltre trenta volte attraverso interventi di revisione – trentasette volte, per la verità – e attraverso leggi costituzionali trentaquattro o trentacinque volte: quindi, abbiamo alle spalle esperienze molto significative in questi sessant'anni di esperienza costituzionale. Interventi che hanno riguardato anche la prima parte, perché lo stesso articolo 10 della Costituzione ha visto una legge costituzionale che ne ha modificato in parte il significato. È venuta spesso fuori, nel corso della giornata di oggi e durante la discussione sulle linee generali, la considerazione: che bisogno c'era di scrivere questa norma se non l'hanno scritta i padri costituenti nel 1948? Nel 1948 vi era una realtà diversa nel paese e semmai vi era l'esigenza, di fronte ad un certo uso che è stato fatto della lingua e ad una certa considerazione anche sul piano normativo che era stata fatta di questo fenomeno, di difendere in modo prioritario le minoranze. Da lì nascono le norme, in particolare quella presente nell'articolo 6, ma anche quelle contenute nell'articolo 2 e nell'articolo 3 della Costituzione, che fanno riferimento a questa realtà articolata e complessa e che parlano del pluralismo e dei pluralismi. Questo nel nostro paese è stato affermato. Con riferimento alle autonomie speciali tutto ciò è stato poi ribadito negli statuti e nelle leggi costituzionali che si riferiscono a queste autonomie.
Noi dobbiamo quindi dire con franchezza che la norma che stiamo varando oggi non poteva essere la stessa norma che si sarebbe scritta nel 1948, perché allora vi erano esigenze storiche e politiche diverse nel paese. Oggi, noi abbiamo una necessità diversa, una necessità che non abbiamo sentito soltanto nel nostro paese. Molti paesi europei, lo hanno ricordato in tanti, anche con motivazioni diverse, hanno introdotto norme di uguale tenore sostanzialmente in relazione ad un fatto storico di grande portata, il processo di costruzione europea, è stato proprio quel processo a far emergere l'esigenza di dare un significato anche a questo elemento. Tra i vari interventi che ho sentito oggi ho colto una breve, sintetica, ma, a mio modo di vedere, significativa espressione di un'atleta che oggi siede in Parlamento, l'onorevole Di Centa, che ha detto: quando sono nella mia terra o mi confronto tra altri italiani ho l'orgoglio di parlare la mia lingua regionale, di esprimermi con parole che mi sono proprie in questo contesto. In questo ha perfettamente ragione. Ha detto anche, però, che quando partecipava alle gare di livello internazionale sentiva la necessità, impellente, di utilizzare la lingua italiana. Non è un caso, infatti, che, quando capita di vincere qualche gara, venga sventolata la bandiera nazionale. Oggi, in questo momento storico, chi non riesce a cogliere questo elemento a mio modo di vedere compie un errore. Qualche tempo fa, il 15 febbraio, il Corriere della sera titolava un suo articolo «Difendere l'italiano nelle istituzioni comunitarie». Era un accenno ad una sparuta manifestazione di alcuni italiani che cercavano di arrivare al Presidente della Repubblica. Il sostegno, diceva in quel caso da Strasburgo l'articolista, del Presidente della Repubblica alla fine lo hanno avuto; Giorgio Napolitano si è schierato in difesa dell'uso dell'italiano nelle istituzioni comunitarie. Si tratta di una piccola notiziola, che forse non dovrebbe avere neanche il rilievo della sottolineatura, ma più che a questa notiziola vorrei dare risalto ad un passaggio contenuto in un altro articolo del Corriere della sera, questa volta a firma di Francesco Sabatini. Sabatini è uno dei tre professori dell'Accademia della Crusca che hanno consegnato quelle quattro paginette, che voi potete trovare anche sul sito Internet dell'Accademia, che in molti di noi hanno determinato un cambiamento di ottica su questo problema. Sono pagine significative ed emblematiche. Francesco Sabatini dice: «Nel seminario alla Bocconi sul multilinguismo in Europa relatori di otto paesi hanno confermato che rifioriscono le lingue nazionali. Nessuno nega il bisogno di una lingua mondiale che, almeno per ora, è l'inglese, ma si riconosce ormai che questo strumento di comunicazione tra tutti i popoli del globo non è sufficiente; anche quella ipotesi di mondializzazione, di globalizzazione linguistica che avviene attraverso la lingua inglese (gli stessi inglesi non riconoscono più quella lingua, che loro non appartiene e, infatti, nei convegni internazionali, amano differenziarsi), ma» dice ancora Sabatini «stiamo riscoprendo la funzione vitale delle lingue nazionali, anche in presenza di una lingua irradiata su tutto il pianeta. Si ripensano, perciò, i progetti di insegnamento delle lingue, evitando i propositi di massiccio ed esclusivo insegnamento di un inglese perfetto». Credo che sia questa la prospettiva nella quale collochiamo, nella Costituzione, oggi, il riferimento alla lingua italiana. Si tratta di un riferimento che avviene, ed è importante rilevarlo, grazie ad un'intesa in Commissione sulla formulazione, che è stata ripetuta più volte, ma è breve e sintetica, come devono essere le formule costituzionali, ossia che «l'italiano è la lingua ufficiale della Repubblica nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione e dalle leggi costituzionali». Ho concluso, signor Presidente. Noi non l'avremmo scritta così e non l'avrebbero scritta così i padri costituenti, ma la formula «(…) nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione e dalle leggi costituzionali» vuole preservare tutte quelle esigenze di pluralismo alle quali oggi alcuni hanno fatto riferimento. Questa è l'intenzione di chi ha scritto questa norma: non volevamo «calare un coperchio» sulla ricca realtà del nostro paese, ma soltanto proporre un'indicazione che collocasse l'Italia nel contesto internazionale, dotata di un simbolo di unificazione. Ha detto, e concludo su questo aspetto, il presidente Violante, nell'introdurre la discussione sulle linee generali, che siamo in un paese in cui, in qualche modo, vive il pluralismo, a volte frantumato, ed a volte anche con elementi di disgregazione. Cercare, in questi contesti, momenti di unità può essere un valore che rilancia con forza tutto il nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo)."

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28
marzo 2007
16
marzo 2007

Il “caso Sircana”, nella drammatica concatenazione dei fatti, rischia di dar vita ad un pericoloso corto circuito mediatico, politico e giudiziario. Si parte da una notizia de “Il Giornale”, quotidiano della famiglia Berlusconi, che collega, senza alcun apparente fondamento negli atti, le indagini di Potenza al nome del portavoce del Presidente del Consiglio; si passa attraverso una dichiarazione dell'on Berlusconi che deplora la “gogna mediatica” ai danni dell'on.Sircana, innescata, non dalla stampa in generale, ma direttamente dal suo giornale, senza alcuna doverosa precisazione; si arriva alle dichiarazioni del Ministro della giustizia che condanna l'uso improprio delle intercettazioni ad opera della stampa ed auspica l'approvazione di norme più restrittive in materia. La morale pericolosa dell'intera vicenda è questa: l'atteggiamento disinvolto di un giornale si ribalta automaticamente sull'intera categoria dei giornali e produce contemporaneamente tre effetti sicuri. Un danno enorme per la persona chiamata in causa e indirettamente per il Presidente del Consiglio. Un indebolimento dell'istituto delle intercettazioni e in conseguenza per l'indagine di Potenza. Un possibile “giro di vite” sulla libertà della stampa nell'uso delle intercettazioni, sia lecite che illecite.

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12
marzo 2007

Cari amici, Con questa lettera intendo riallacciare con voi i fili di quel dialogo che nel corso della passata legislatura avevo instaurato attraverso il periodico “Rapporto agli elettori”. Queste lettere vogliono essere, insieme agli altri materiali che trovate sul sito, una sorta di rendiconto periodico della mia attività parlamentare ed un'occasione per ricevere da parte vostra rilievi o sollecitazioni cui cercherò, nei limiti del possibile, di rispondere.
Molte cose sono successe da quando, nel febbraio dello scorso anno, mi congedavo da voi sottolineando ancora una volta quanti danni i cinque anni di governo di centro-destra avessero arrecato al nostro Paese e come l'Unione avesse la grande responsabilità di presentarsi come un'alternativa seria, solida e credibile per ottenere il consenso degli elettori.
Alle elezioni del 9 e 10 aprile dello scorso anno, questo consenso ci è stato dato. Il Governo Prodi ha cominciato a governare e tutti noi ci siamo decisamente rivolti al lavoro parlamentare.
E' inutile nascondere peraltro che la pessima riforma elettorale imposta a maggioranza dal centro-destra nel corso della passata legislatura ha determinato delle conseguenze concrete.
Sul piano individuale è indubbio che si attenuato fortemente il rapporto cittadino-eletto ed è più difficile per ciascuno di noi individuare, come prima, un perimetro concreto di rappresentanza sul territorio. La ripresa di questo rapporto, sia pure tardiva a causa dei preminenti impegni parlamentari, testimonia una volontà di reagire.
Sul piano più generale le vicende di questi giorni, la crisi al Senato sulla politica estera e la reazione che il Presidente del Consiglio e i partiti della maggioranza testimoniano che il problema della governabilità è diventato il nodo pregiudiziale.
Alla luce di queste vicende passano quasi in secondo piano i difficilissimi passaggi istituzionali delle prime settimane della legislatura. Hanno avuto comunque grande rilievo le elezioni dei Presidenti di Camera e Senato e soprattutto l'elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica. Non possiamo neppure dimenticare la fortissima emozione che ci ha dato, nel mese di giugno, il risultato del referendum costituzionale. Sessant'anni dopo lo storico referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il popolo italiano, con una partecipazione popolare che non si registrava da anni in Italia ad un appuntamento referendario, ha respinto lo sciagurato progetto di stravolgimento della seconda parte della nostra Costituzione voluto dal centro-destra (il rapporto agli elettori nella versione integrale può essere letto nella sezione "Collegio")!

6
marzo 2007

Aderisco all'appello di Giuseppe Giulietti per il mantenimento del carattere prioritario della questione informazione. Siamo tutti convinti sostenitori del governo Prodi e non faremo mai nulla che possa mettere in crisi questo governo e questa maggioranza legittimati dal voto degli italiani. Ma proprio per queste ragioni credo non si possa far finta di non vedere che temi come la liberalizzazione delle frequenze, la modalità di approvazione del ddl Gentiloni e la riforma della Rai non solo non appartengono agli ormai noti 12 punti ma sembrano addirittura spariti dall'agenda delle priorità politiche. Su questi temi non si può far finta di nulla. Soprattutto per un'associazione come Articolo21 che ha in questi anni condotto una battaglia in primissima linea contro la legge Gasparri, contro il duopolio, contro le numerose leggi ad personam, e per il ritorno in Rai dei molti esclusi (alcuni dei quali non sono ancora tornati ai loro posti).
In prima commissione prosegue il lavoro intorno alla proposta di legge conflitto di interessi . Il Presidente-relatore Luciano violante ha presentato il nuovo testo base che è stato adottato dalla Commissione. Nei prossimi giorni si concluderà la discussione e sarà fissato il termine per gli emendamenti.
Articolo21 intende richiamare l'attenzione generale su questi temi: l'Italia non sarà mai un normale paese europeo finché le anomalie che ci hanno fatto conquistare la maglia nera in materia di libertà informazione non saranno risolte. Art 21 promuoverà a partire dalle prossime settimane numerose iniziative su questi temi e si trasformerà in un Comitato di “volenterosi” per sollecitare, come più volte ha ricordato il presidente di Articolo21 Federico Orlando, il rispetto del programma dell'Unione in materia di media.
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1
marzo 2007

Raggiunta la quota dei 158 eletti. Il premier ha potuto dire che la sua maggioranza è autosufficiente. Io credo e l'ho sostenuto su Europa che si debbano poter calcolare nella maggioranza politica anche i sentaori a vita che lo desiderino. I Sì dei senatori a vita sono stati ben quattro. E' assai singolare che il senatore Andreotti e il senatore Cossiga possano comportarsi come Pallaro, Rossi e Turigliatto, determinando le sorti del Governo, e questo comportamento sia impedito a Scalfaro, Colombo, Ciampi e Levi Montalcini.Il voto definitivo sarà comunque dato venerdì alla Camera. A Montecitorio la maggioranza non è friabile come a Palazzo Madama e può contare su numeri solidi. È fatta, dunque. Ora bisogna andare avanti ben consapevoli che si devono fare una serie di cose ( i dodici punti ed altro) che possano ristabilire un legame con l'elettorato. La legge elettorale è urgente ma non troppo. Prima bisogna ristabilire un clima di fiducia con l'elettorato. Solo dopo bisognerà fare la legge elettorale consapevoli del fatto che su quella potrebbero esserci tensioni nell'Unione.
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