Cito qui sotto alcuni stralci di un articolo di Federico Orlando (da articolo21) che contiene utili riflessioni
"Con un risultato di proporzioni imprevedibili, che ha seppellito la Mala Costituzione della destra, è finita l'era del berlusconismo. Ed è finita nel modo più radicale: con la bocciatura in un referendum che per la prima volta dopo anni è tornato a superare il quorum, stavolta solo ideale di quel che la destra aveva pensato come il coronamento del suo malgoverno
.
Il centrosinistra ha diritto di cantare vittoria, perché gli italiani hanno dimostrato di non credere più dopo l'estremo fuoco fatuo sprigionato da Berlusconi nella campagna elettorale del 9-10 aprile ai suoi ulteriori giochi di prestigio: la spallata per i brogli elettorali, la spallata con le elezioni amministrative, la spallata col referendum
..
Adesso il centrosinistra deve completare l'opera che aveva avviato nella legislatura 1996-2001 e aggiungere le altre riforme, tante volte qui richiamate, attraverso il procedimento dell'articolo 138.
Si mettano l'anima in pace i nostri amici che parlano di bicameralina, di convenzione, di costituentina o addirittura di costituente per una riforma condivisa della Costituzione. Meglio pensare che, attraverso la scomposizione della destra, dove Udc e Lega sono in movimento, e non solo loro, si coagulino volta a volta maggioranze capaci di individuare alcune riforme e realizzarle attraverso le Commissioni ordinarie (affari costituzionali) di Camera e Senato. è in quelle commissioni che si confrontano le proposte di maggioranza e di minoranze e si elaborano i testi da mandare in aula. Se questo accordo nelle ordinarie commissioni fosse arduo, sarebbe impossibile cercarlo in convenzioni e costituenti, peraltro da creare attraverso procedimenti lunghissimi.
!
Il 25 giugno quando andremo a votare per il referendum costituzionale sulla maximodifica della nostra Costituzione celebreremo, involontariamente o meno, alcune ricorrenze significative della nostra storia costituzionale.
Il 25 giugno del 1944 con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 151 si era stabilito che l'assemblea costituente avrebbe scritto la nuova carta costituzionale e compiuto la scelta tra monarchia e repubblica
Un altro decreto, di due anni successivo, il n. 98 del 1946, affidò la scelta istituzionale direttamente al referendum istituzionale. Il 2 giugno del 1946 si celebrarono contestualmente le elezioni dell'Assemblea costituente e il Referendum istituzionale. Il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò ufficialmente la vittoria della Repubblica.
Il 25 giugno 1946 venne insediata l'Assemblea Costituente con Giuseppe Saragat alla presidenza. Come suo primo atto, il 28 giugno l'Assemblea, elesse come Capo provvisorio dello Stato Enrico de Nicola.
Poco tempo dopo, il 20 di luglio, si insediò la Commissione dei 75, incaricata di redigere il testo costituzionale. La Commissione era presieduta da Meuccio Ruini e composta da alcuni dei più prestigiosi padri costituenti. Mortati, Perassi, Calamandrei, Terracini, Basso, La Pira e tanti altri ancora. Il 22 dicembre del 1947 fu approvata, a larghissima maggioranza, la nuova Carta costituzionale: la nostra casa comune.
E' inutile fare simmetrie tra il metodo e il clima di allora ed il metodo ed il clima di oggi. E' ingiusto e perfino crudele paragonare i costituenti di allora a quelli di oggi. E' ingiusto ricordare il diverso stile di allora, quando sul banco del Governo sedevano i rappresentanti della commissione dei 75 e lo stile di oggi, quando sui banchi del Governo, sedevano Ministri, più o meno distratti, tanto per fare numero.
Certo allora è stata costruita la casa comune degli italiani: quella che non è rimasta affatto immutabile che ha conosciuto oltre una trentina di modifiche formali secondo la procedura dell'art. 138 della Costituzione e che è stata interpretata, adattata, fatta vivere attraverso centinaia e centinaia di sentenze della Corte costituzionale.
Quella casa comune oggi rischia la demolizione: una demolizione, non accidentale o sfortunata, ma una demolizione ostinatamente voluta attraverso il lavoro di una maggioranza chiusa ed ostinata che ha lavorato per un'intera legislatura. Una legislatura che ha conosciuto non solo questo processo di disgregazione formale della nostra costituzione, ma che è stata attraversata da una serie di provvedimenti e controriforme che hanno messo in crisi alcuni principi fondamentali del nostro sistema costituzionale e che abbiamo denunciato nelle decine e decine di pregiudiziali di costituzionalità.
Valerio Onida, nelle pagine iniziali del suo bel libro sulla Costituzione, ricorda l'art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, dove si dice significativamente che un popolo che non attua la separazione dei poteri e non garantisce i diritti fondamentali non ha Costituzione.
Non vorrei drammatizzare eccessivamente la situazione presente, ma credo di poter dire che alcuni degli interventi contenuti nella nuova seconda parte della Costituzione, mettono in crisi seriamente una moderna concezione della separazione dei poteri: la concentrazione di poteri nelle mani del Premier, l'indebolimento del ruolo del Parlamento e quello parallelo del Presidente della Repubblica, devono far riflettere.
Sono anche convinto che alcuni diritti sociali fondamentali in materia di istruzione e di salute, siano stati oggettivamente indeboliti, insieme al principio di eguaglianza, dall'azione combinata di legislazione ordinaria e di queste discutibili modifiche costituzionali relative alla devoluzione. Resta aperto il grande problema dei costi di questa riforma per i cittadini, ma è sicuro che difficilmente un cittadino del sud potrà avere gli stessi diritti di un cittadino del nord.
I diritti sociali fondamentali devono necessariamente fare i conti con le risorse economiche e queste risorse ben difficilmente potranno essere paragonabili, nonostante gli interventi nazionali a sostegno delle prestazioni essenziali.
Se allora fosse vero che da questa sommaria ristrutturazione risultasse indebolita ad un tempo la separazione dei poteri e la fisionomia di alcuni diritti fondamentali, forse potremmo dire con qualche ragione che la casa comune della Costituzione sarebbe assai meno ospitale.
!
Il complesso e farraginoso meccanismo per il procedimento legislativo descritto dalla riforma costituzionale del centrodestra anziché costituire un passo in avanti, come sarebbe stato nel caso di una specializzazione nelle competenze delle due Camere, potrebbe determinare un enorme passo indietro rispetto alla situazione vigente.
Mentre il bicameralismo perfetto della Costituzione del 1948, unito alla forte volontà politica della vecchia maggioranza, ha permesso, ad esempio, l'approvazione in meno di due mesi di un provvedimento estremamente complesso e avversato dall'opposizione come la legge elettorale, con la proposta di riforma si complicherebbe inverosimilmente il quadro dell'iter legis, in un senso che appare pregiudicare enormemente l'efficienza e l'economicità del dibattito parlamentare.
Una ricerca effettuata dall'Ufficio Studi della Camera ha infatti sottolineato come esistano nella riforma almeno cinque differenti iter procedimentali distinti e, per di più, provvedimenti complessi come la legge finanziaria non sarebbero univocamente inquadrati.
Infine, anche il ruolo di garanzia del Capo dello Stato sarebbe travolto dalla riforma, venendo trascinato nell'agone politico per assecondare le richieste della maggioranza che, se in difficoltà al Senato, può, con il tramite del Quirinale, avocare alla Camera qualunque provvedimento, e in questa sede procedere a colpi di fiducia.
!
Le modifiche all'art. 117 della Costituzione proposte dalla riforma del centrodestra finiscono per creare un coacervo inestricabile di competenze, che risulta irrimediabilmente oscuro per qualunque interprete e finirà per acuire ulteriormente il contenzioso tra Stato e Regioni.
Invece di creare meccanismi di coordinamento e di collaborazione tra i diversi livelli di governo, si creano competenze esclusive ulteriori, che finiranno per stridere tra loro e con quelle già esistenti.
Ciò è evidente, in particolare nel campo dell'istruzione, ove accanto alle norme generali di competenze esclusiva dello Stato, esiste la competenza concorrente concernente l'istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale. A queste viene affiancata l'organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche; e la definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione.
Se erano sicuramente possibili miglioramenti circostanziati della riforma del Titolo V operata nel 2001, in questo modo non si fa che rimettere ulteriormente alla Corte costituzionale il reale assetto delle attribuzioni tra Stato e Regioni, per altro ignorando completamente la ricchissima giurisprudenza che dal 2001 ad oggi è andata consolidandosi.
L'ambiguità degli interventi operati con il progetto di riforma è ancora maggiore se si considera la soppressione del terzo comma dell'art. 116, come modificato dalla riforma del 2001, che introduceva la possibilità per le Regioni che ne facessero richiesta, di condizioni di maggiore autonomia in campi specifici. Questo strumento, noto come regionalismo differenziato, avrebbe ben potuto inserire nel sistema quegli elementi di dialogo tra centro e periferia e quella dose di flessibilità che invece viene mortificata dall'assoluta rigidità delle clausole proposte dal centrodestra.!
Con la riforma costituzionale proposta dal centrodestra la casa comune di tutti gli italiani, costruita con la Costituzione del 1948 potrebbe non esistere più.
Le riforme del centrodestra sono disordinate e disorganiche, per cui risulta estremamente difficile per l'elettore orientarsi in maniera consapevole in prospettiva del referendum del 25 e 26 giugno prossimi.
Il denominatore comune della riforma appare infatti l'obiettivo, già parzialmente raggiunto per altro con la legge elettorale, di rendere la casa non funzionante ed ingovernabile.
Appare infine paradossale l'argomentazione secondo cui la devoluzione permetterebbe una razionalizzazione delle spese, che in realtà aumenterebbero in maniera esponenziale, vista la parcellizzazione irragionevole di competenze fondamentali in materia di scuola e di sanità, che, per di più, finisce per ledere in maniera inaccettabile il principio di uguaglianza tra i cittadini della Repubblica.!
Il 2 giugno è la festa della Repubblica. Quello di quest'anno è un'anniversario particolare perché è il sessantesimo anniversario della proclamazione della Repubblica (2 giugno 1946).
Questi anniversari si stanno rincorrendo in una meravigliosa sequenza: l'anno scorso 25 aprile 2005- 25 aprile 1945 è stato celebrato a Milano in presenza di una folla immensa l'anniversario della liberazione. Ricordo ancora con vivissima emozione l' appassionato discorso di Ciampi tutto centrato sul valore e l'attualità della nostra Costituzione. Tra pochi giorni (il 25 di giugno) ricorrerà il sessantesimo anniversario dell'insediamento dell'Assemblea Costituente. Dalla cronaca giornalistica di quel giorno (Il progresso): un'affluenza di pubblico quale si è raramente verificata anche nelle più solenni occasioni, ha caratterizzato la prima seduta dell'Assemblea costituente dando con la sua massa compatta che si estende su tutte le tribune, l'impressione più viva con cui il paese si accinge a seguire i lavori di questa assise eletta dopo tanti anni di dispotismo dal libero voto del popolo. E, come gremite sono le tribune, così l'aula appare occupata nella quasi totalità dei suoi scanni dai deputati di tutti i partiti. Alle 16 il discorso inaugurale dell'on. Orlando e dopo di lui il presidente del consiglio on. de Gasperi.
Un clima di grande unità ed una straordinaria emozione all'inizio di quei lavori che avrebbero portato un anno e mezzo dopo, nello stesso clima di unità ad approvare la Costituzione repubblicana.
Per una singolare coincidenza in quello stesso 25 giugno, sessantanni dopo gli italiani saranno chiamati ad esprimere con il referendum un giudizio su una riforma costituzionale, approvata a maggioranza da partiti del tutto diversi da quelli di allora, che modifica e stravolge l'intera seconda parte della Costituzione e che ha evidentissime ripercussioni sulla prima parte, ritenuta da tutti intangibile.
Il valore più grande di una Costituzione è rappresentato dal fatto che costituisce un insieme di valori condivisi. Se il 25 di giugno dovesse vincere il si, noi non avremmo più nel nostro paese una Costituzione condivisa da tutti, ma la Costituzione di una parte e di quella parte che il 25 giugno del 1946 non c'era.
Sarebbe del tutto legittimo che nuove forze che entrano a far parte sulla base del voto popolare del consesso democratico dei partiti e delle istituzioni chiedessero di aggiornare il patto costituzionale alle nuove istanze di cui si sentissero portatori, ma il metodo di elaborazione dovrebbe essere condiviso da tutti e così anche il nuovo testo perché altrimenti si frantumerebbe il senso del patto costituzionale.
Questa è la ragione di fondo per la quale dovremo andare a votare NO a questa riforma, che è tra l'altro un grande pastoccio costituzionale e riprendere, dopo, con maggioranze qualificate e solo con un amplissimo accordo, il percorso per la ricerca di quell'accordo comune che la Costituzione rappresenta.
Il 25 giugno del 2006 si collega al 25 giugno del 1946 e soprattutto al 2 giugno data del referendum istituzionale ed oggi festa della Repubblica e della Costituzione.
!